Villa dei Mosaici (Negrar di Valpolicella) - Seconda parte

Villa dei Mosaici (Negrar di Valpolicella) - Seconda parte

La Villa dei Mosaici di Negrar di Valpolicella si suddivide in due aree, una residenziale e l’altra produttiva. Nella prima, si nota una elegante sala forse adibita ai banchetti più lussuosi. Vi si accedeva dal peristilium e su ogni lato vi erano altre due stanze: potevano ospitare una biblioteca, lo studio del padrone di casa, una piccola sala per i pranzi meno numerosi. Nella seconda, si identificano alcuni ambienti coperti e una zona dove trovava posto l’attività di produzione del vino.

I pavimenti mosaicati degli ambienti a uso residenziale sono opera di maestranze altamente specializzate che, con molta probabilità, proponevano ai committenti una serie di motivi su cartone. A supportare questa tesi vi è l’interruzione del disegno in una delle stanze di servizio (la seconda più a sud sulla sinistra della grande sala).

La Villa era stata scavata nel 1922 da Tina Campanile e un mosaico che si pensava di ritrovare intatto raffigurava un bambino alla guida di un cocchio (un putto auriga). Ce ne erano quattro, uno per lato della stanza più grande. Del putto auriga perduto sono state ritrovate le tessere del mosaico e l’intenzione è di riproporlo. Al centro, invece, vi era un disegno che raffigurava una scena mitologica con Ippodamia figlia di Enomao re di Pisa nell’Elide (un personaggio della mitologia greca).

Non si conoscono i proprietari della Villa ma su una pietra è stato ritrovato un nome: Lucius Valerius. È noto che la gens Valeria (una delle famiglie romane più illustri e influenti) avessero alcune proprietà anche in Valpolicella e che producevano vino.

Di particolare pregio è la pavimentazione del lato ovest del peristilium con tondi figurati orientati per essere visti dall’interno. Sono raffigurati alcuni uccelli, un cesto di frutta, dei vasi, un uomo con barba piuttosto rovinato e una donna con gioielli ancora intatta.

L’area produttiva si estende al di là del peristilium sul lato ovest ed era composta da due ambienti scoperti (lo testimonierebbe una canalina che corre lungo tutto il perimetro) e da altri due locali coperti con funzioni di deposito per i prodotti agricoli o per contenere le botti di vino.

Un ulteriore ambiente situato oltre l’area lastricata ospitava il calcatorium, la vasca dove erano pigiate le uve, e accanto sono state ritrovate le tracce del turcularium che serviva a torchiare le uve. In seguito, il mosto veniva raccolto per la fermentazione e si conserva ancora integra la base in pietra di un contenitore adibito a questo scopo.

Al centro del giardino interno vi era una fontana. Della struttura ornamentale rimane ben poco dal momento che in epoca rinascimentale fu costruito un canale di scolo che la distrusse quasi totalmente. Rimangono una parte della vasca e una canaletta che portava l’acqua all’esterno.

Marco Cerpelloni

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