«Non sono una meteora:
in Italia diventerò grande»

RINALDO CRUZADO
Rinaldo Cruzado in azione durante Genoa-Chievo di domenica scorsa FOTOEXPRESS
Rinaldo Cruzado in azione durante Genoa-Chievo di domenica scorsa FOTOEXPRESS
Rinaldo Cruzado in azione durante Genoa-Chievo di domenica scorsa FOTOEXPRESS
Rinaldo Cruzado in azione durante Genoa-Chievo di domenica scorsa FOTOEXPRESS

Cappello bianco, divisa candida, macchie di farina incollate addosso. Tra le mani pomodorini, carote ed un filetto da dorare.  Specialità della casa? Chiedete a Rinaldo Cruzado. «Avrei voluto fare lo chef», confessa. «Amo stare in cucina e creare. La vita, però, mi ha dato altro. E per questo ringrazio i miei genitori».  A Genova il Chievo ha scoperto di avere tra le mani un peruviano volante.  Finalmente. L'attesa sembra essere finita. Il giocatore che incantava con la maglia del Perù si è svelato anche al calcio italiano.  Certo, questo dev'essere solo l'inizio. Ma ormai il peggio sembra essere passato.  Doveva ambientarsi Rinaldo. E doveva pure superare un fastidioso infortunio che non gli ha mai permesso di allenarsi al top.  Oggi comunque sorride. E si confessa nel giorno in cui Chievo e Perù finiscono insieme in vetrina per la presentazione di un progetto di solidarietà destinato a creare un filo invisibile tra la sua terra e il suo attuale club.

Cruzado, Chievo chiama Perù. Lei sta giusto in mezzo. Il calcio a volte aiuta.
«Aiuta ad aiutare la gente che ha bisogno. In questo caso i bambini del mio paese. Io non dimentico. Ricordo la mia infanzia. Il pallone giocato per strada».

E oggi?
«Oggi nascono progetti per tendere la mano a chi ha bisogno. Io mi sento un ragazzo fortunato. E proprio per questo devo pensare agli altri. Ma anche ai miei figli».

Ovvero?
«Loro pure devono sapere che c'è chi sta peggio. E va aiutato. Ed era giusto partire da casa mia, dal Perù».

Di questi tempi vanno di moda gli slogan. Frasi ad effetto che lasciano il segno. La sua?
«Nella vita bisogna lottare tanto. Ma se nella mia lotta posso unirmi ad altri e aiutare i più deboli, sono pronto a farlo in qualsiasi momento».

Crede in un mondo migliore?
«Credo nella possibilità di migliorarlo. Credo nei gesti e nell'impegno della gente. Io ho avuto una bella infanzia. Ma non è successo per caso».

Racconti.
«I miei genitori hanno lottato per farmi diventare una bella persona. La loro presenza è stata fondamentale. Ma non è così per tutti. E allora quando torno nel mio paese e vedo per strada ragazzini che cercano la loro strada mi dico: devo fare qualche cosa per loro».

E magari, passeggiando per le via di Lima, comincerà a vedere uno, dieci, centro bambini con addosso la maglia di Cruzado. «La mia, quella del mio amico Vargas, altre. Non importa quale. Importa siano felici. Dev'esserci futuro per tutti. E a volte è necessario cancellare il passato di sofferenza. Ma da soli non possono farlo».

Parliamo pure del Chievo. A Genova si è visto il miglior Cruzado? O esistono margini per fare anche meglio?
«È andata bene per me. Ma ho visto muoversi in campo una grande squadra».

In sintesi, al «Ferraris» che domenica è stata?
«Io dico che era importante vincere. Era fondamentale muovere la classifica. Essere squadra può permetterci di fare tante cose belle. Ora mi manca un gol. Oltre ai bambini peruviani voglio aiutare la mia squadra. E se dovessi cominciare anche a segnare credo che tutti ne sarebbero felici».

Cruzado, pensa di restare a lungo in Italia?
«Certo, sono arrivato per restare. Vorrei diventare un grande giocatore. E continuare a far bene. Al Chievo, in Italia, comunque qui da voi».

L'inizio non è stato facile però...
«Ero infortunato, dovevo ritrovarmi. Dovevo trovare i miei nuovi riferimenti. I primi sei, sette mesi sono stati difficili. Mi sono adeguato piano piano. E penso ci sia tutto il tempo a disposizione per ripagare il Chievo».

Da Lima a Verona. Il salto è stato triplo.
«Sì, ma la città è piccola e accogliente. E sembra essere fatta su misura per la mia famiglia. Ho due figli di 3 e 8 anni. Vanno già a scuola. Integrarsi è fondamentale».

Cosa ha scoperto?
«La bresaola e il crudo».

La cosa più bella?
«Svegliarmi al mattino presto e portare i bambini a scuola».

Suona persino banale...
«La normalità non sempre mi è permessa per il lavoro che faccio. E appena posso divento papà a tempo pieno».

Sta scoprendo un nuovo mondo. A volte la novità mette paura. E nostalgia.
«Ma non a me. La nostalgia ti viene quando ti senti solo. Io qui ho la mia famiglia. E ogni posto del mondo sarebbe uguale con loro vicino».

Il piccolo Rinaldo che cosa sognava?
«Di seguire le orme di mio padre e mio zio, che hanno giocato a calcio. Mio zio Luis è stato professionista e ha disputato un Mondiale con il Perù a Messico '70. Anch'io sono arrivato in Nazionale. Ma sento di poter fare ancora molto. E di più».

Il suo calciatore preferito?
«In Perù Cesar Cueto. Il migliore in assoluto è stato invece Ronaldo».

E domenica mancheranno Dramè, Thereau e Bradley per squalifica. Lei c'è però.
«Spero. E chi gioca sarà da Chievo. Ne sono sicuro».

Simone Antolini