Buchi nell'assistenza

Lanzarin sull'emergenza medici: «Verona è tra le aree più in sofferenza»

L’assessore: «In due mesi abbiamo coperto 209 zone carenti. Ne restano 377: stiamo studiando incentivi per chi andrà a lavorarci»
L'assessore regionale alla Sanità Manuela Lanzarin
L'assessore regionale alla Sanità Manuela Lanzarin
L'assessore regionale alla Sanità Manuela Lanzarin
L'assessore regionale alla Sanità Manuela Lanzarin

Due mesi fa, dice, le zone orfane di medico di base in Veneto erano 586, oggi sono 377. «Di queste, ad oggi, grazie ai corsisti in formazione siamo riusciti a coprire il buco in 209 e contiamo nelle prossime settimane di implementare il numero. L’emergenza non è risolta, è chiaro, abbiamo delle Ulss più in difficoltà di altre, ma la situazione in generale rispetto all’anno scorso è migliorata». Non a Verona.

«E’ vero», ammette, «Verona con il suo territorio è una delle aree più critiche della Regione. Stiamo lavorando per uscire dall’impasse». L’assessore alla sanità del Veneto Manuela Lanzarin non nasconde la realtà, tutt’altro che facile: «La carenza di camici bianchi sul territorio è un problema che attanaglia tutta Italia e che si è acuito dopo il Covid. Qui in Veneto abbiamo un po’ recuperato grazie ai giovani in formazione e alzando il tetto di mutuati ai titolari che hanno accettato di farlo, purtroppo non tutti. I tempi non sono facili ma siamo fiduciosi: con manovre ad hoc su cui stiamo da tempo lavorando contiamo di ridurre ulteriormente la forbice tra i professionisti che vanno in pensione da qui al 2025 e le nuove forze pronte a sostituirli.

 

Nell’Ulss 9 Scaligera a fine 2022 mancavano 17 medici di famiglia, significa che più di 20mila cittadini sono senza assistenza. Entro il 2025 altri 70 si dimetteranno per raggiunti limiti di età.

Ma ne arriveranno di nuovi. Abbiamo già, per marzo, 305 giovani neo laureati iscritti alla Scuola di Formazione di medicina generale. Da quest’anno al 2025 sono previsti 462 pensionamenti ma, ripeto, nello stesso periodo i corsi triennali in atto diplomeranno 600 nuovi medici di famiglia. Alcuni studenti hanno già accettato di lavorare con incarichi temporanei che si trasformeranno in definitivi al termine del triennio. Stiamo mettendo in campo tutte le contromisure possibili ma è a livello nazionale che vanno trovate risposte a una professione che non è evidentemente più appetibile come un tempo. Serve una riorganizzazione per il futuro della medicina generale.

Che si può fare?

Ottimizzare i carichi di lavoro, prevedere formule incentivanti, ridurre la burocrazia che grava sugli Mmg: tutti escamotage che puntano a garantire una migliore qualità della vita lavorativa di questi professionisti.

Assessore, delle 377 zone carenti in Veneto, poco meno di un centinaio sono nell’Ulss 9 di Verona: in alcune di queste nemmeno i giovani “corsisti“ che lei ha citato vogliono andare.

Anche di questo siamo consapevoli: avendo l’impegno della Scuola e dei tirocini obbligatori, aprire un ambulatorio per assistere 1.500 pazienti è una responsabilità che non tutti si sentono di prendere. Per lo più, spesso, si tratta di aree dell’Ulss non “comode“, lontane da casa, quasi sempre in paesi che stanno a chilometri di distanza dall’Università dove hanno l’obbligo giornaliero della frequenza. Rischiano di correre tutto il giorno avanti e indietro, con carichi di stress alla lunga insostenibili. I loro tutor tengono presente che oltre alla Scuola hanno i pazienti da seguire in ambulatorio, tolgono quindi qualche ora dal tirocinio, ma nonostante questo non tutti si sentono di rispondere “sì“ alla chiamata della Regione.

A chi sta dall’altra parte, cioè al cittadino che è rimasto senza dottore titolare e che non ha neppure il sostituto temporaneo, che alternative restano?

La Regione stima che il 70 per cento delle persone in zone carenti ha comunque assistenza, con varie modalità: affidandosi a un medico operativo in un’altra zona che ha accettato di portare il suo massimale da 1.500 a 1.800 o ricorrendo temporaneamente al servizio di Medicina distrettuale, una sorta di guardia medica diurna, che all’occorrenza può fare anche le visite a domicilio. A Verona, ad esempio, avete 11 sedi dove rivolgersi per questo tipo di assistenza: una in città e le altre sparse su tutta la provincia.

Capisce assessore che si tratta di soluzioni tampone e che a questo punto la via degli incentivi economici è l’unica da provare per dare un medico ad ogni zona rimasta senza? Altrimenti le 346 ancora carenti rischiano di restare tali.

Ed è quello che stiamo facendo: incentivare chi dei corsisti decide di andare a lavorare lì, individuando un “quid“ in più per ciascun assistito. Ci stiamo lavorando, coinvolgendo tutti i tavoli della trattativa. L’obiettivo più generale è poi quello di rendere più attrattiva la medicina generale mettendo a disposizione più borse di studio possibile con i fondi del Pnrr e andando a cercare risorse per finanziarne sempre di più, ad esempio con il riparto nazionale derivante dal cosiddetto “decreto Calabria“.

Bisognerebbe lavorare anche sull’accesso alla facoltà di medicina. Il presidente Zaia è favorevole, come molti al governo, a togliere il numero chiuso. Lei che ne pensa?

A Roma stanno valutando la situazione. Io prendo atto della realtà: ogni anno tantissimi ragazzi che vogliono fare i medici provano il test e pochi lo passano. Ed è un peccato, vista la penuria di camici bianchi che, l’abbiamo visto con la pandemia Covid, ha messo in ginocchio il sistema. Il grande problema, alla base di tutto, è appunto che mancano, sono troppo pochi quelli che si laureano rispetto al fabbisogno e sono poi molto pochi nello step delle scuole di specialità, soprattutto in certi settori, medicina d’urgenza e anestesia-rianimazione in primis.

Quindi?

Abbiamo chiesto alle nostre università di Verona e Padova di aumentare il numero di posti per le matricole. Solo partendo da lì, allargando il bacino degli universitari, possiamo avere più specializzandi su cui contare.

Camilla Ferro