Il racconto

«Mio fratello è in carcere, siamo preoccupati per lui»

La sorella di un componente del gruppo lo difende
La sorella di un componente del gruppo lo difende
La sorella di un componente del gruppo lo difende
La sorella di un componente del gruppo lo difende

«Siamo così preoccupati per lui, non ci aspettavamo proprio che venissero a prenderlo per portarlo in carcere, era ai domiciliari da dicembre, adesso è in carcere e temiamo ogni momento per la sua vita, abbiamo paura che possa accadergli qualcosa di brutto che lo segni per sempre». A parlare è la sorella di uno dei giovani arrestati perchè componente delle bande che rapinavano e picchiavano ignari cittadini o coetanei, perchè consegnavano pizze, o avevano un giubbotto che magari uno della gang voleva avere, o un cellulare di un modello più nuovo, o una collana.

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I capi di imputazione del ragazzo vanno dalla rapina, alle lesioni, alla ricettazione, con l’aggravante dell’associazione per delinquere. «Sappiamo tutti cosa voglia dire questa cosa, non ci capacitiamo che mio fratello abbia anche questo capo di imputazione, è soltanto un ragazzo, ha 22 anni», dice la ragazza che ha soltanto qualche anno in più del ragazzo. La loro famiglia è di origine marocchina. Il primo ad arrivare a Verona fu il nonno, quindi i genitori. Ma i ragazzi sono nati qui. «Siamo italiani di terza generazione, mio padre ha sempre lavorato, mio fratello un lavoro lo stava cercando. Ma chi lo conosce sa che è un pezzo di pane, è buono di animo. Io non so perchè abbia fatto quelle cose orrende. Ma lui non è così. È uno che se c’è qualcuno in difficoltà, lo aiuta, se c’è qualcuno che ha bisogno di qualcosa, lui se ne priva e gliela da».

Un quadro completamente diverso da quello descritto nelle ordinanze di custodia cautelare. «Noi speriamo di poterlo vedere presto, la volta scorsa sono passati mesi prima di poterlo riabbracciare. Mio fratello non ci dirà mai che in carcere magari sta male, ha un carattere che tende a fargli tenere tutto dentro, e poi non vuole farci preoccupare, ma noi lo siamo già preoccupati», aggiunge la ragazza che si mette anche a piangere al telefono. In famiglia nessuno si era accorto che il ragazzo aveva abiti non suoi? O telefonini? «Un poco sì e un poco no», replica la giovane, «si sa come fanno i ragazzi, si scambiano le cose e quindi non ci abbiamo dato bado. Quello che nessuno ha capito è quanta rabbia avesse in corpo mio fratello, non so che cosa avesse dentro. Nessuno di noi lo ha capito e siamo finiti in questo incubo da cui non riusciamo ad uscire.

Alessandra Vaccari