Allerta criminalità

Borgo Roma, terra di frontiera. Il prete: «Rompono i vetri della chiesa per essere accettati dalle gang»

Don Menegolo: «Qui mi sento solo»
Le gang usano simboli e frasi sui muri per segnare il loro territorio e per lanciare dei messaggi
Le gang usano simboli e frasi sui muri per segnare il loro territorio e per lanciare dei messaggi
Le gang usano simboli e frasi sui muri per segnare il loro territorio e per lanciare dei messaggi
Le gang usano simboli e frasi sui muri per segnare il loro territorio e per lanciare dei messaggi

Parrocchie come terre di frontiera e riti di iniziazione. Lascia ancora strascichi la vicenda che ha coinvolto la «Qbr», la gang finita nell’occhio del ciclone attiva a Borgo Roma. Tra bravate - a volte anche qualcosa in più - per poter entrare nella banda e chi si ritrova in prima fila per cercare di contrastare il fenomeno, ma si sente solo, la questione resta viva. Drammaticamente aperta.

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A tratteggiare la situazione è Severino Menegolo don della parrocchia di San Giacomo, a Borgo Roma, appunto. Le sedici misure cautelari emesse nei confronti di alcuni ragazzi (alcuni giovanissimi) del quartiere nei giorni scorsi, per reati che vanno dalla associazione a delinquere al furto aggravato, danneggiamento e lesioni, hanno aperto uno squarcio profondo in tutta la comunità. È un’anima che mostra con crudeltà le sue due facce, quella che racconta Menegolo. Da una parte la necessità di stare vicino alla sua gente, ai ragazzi. Dall’altra, invece, si nasconde un sentimento che sconfina desolatamente nel sentirsi solo in una battaglia quotidiana più grande di lui.

«Vorrei che qualcuno, anche della parrocchia, fosse più attento a questi giovani. Se c’è collaborazione fra tutti è più facile portare avanti questa battaglia. A volte invece mi sento da solo, mi sento dire che faccio un lavoro inutile con loro. C’è chi pensa esclusivamente ad allontanarli, ma non è così che si risolve il problema. Mandandoli via da Borgo Roma si sposta solamente la questione altrove», si sfoga il don. Il parroco, invece, da anni cerca un punto di contatto con chi fa parte delle gang e con chi attorno ad esse gravita: «Sono ragazzini, poco più che bambini. Capita anche che vengano qui in parrocchia. Qualche volta ci ho parlato e mi piacerebbe farlo anche con i loro genitori. Ma non so dove abitino, non so dove trovarli se non vengono loro qui...». 

C’è un aspetto, però, che non lascia tranquillo Menegolo, sono i riti di iniziazione per poter far parte della gang. Per poter essere accettati dal gruppo. Un modo tipico, allargando le maglie del ragionamento, delle associazioni a delinquere. «Rompono i vetri della chiesa oppure la porta. Una finestra. Serve per far capire agli altri del gruppo di potersi meritare quel posto. Poi non rubano niente, magari, si tratta solamente di un atto dimostrativo. Vedo in loro un bisogno di essere accettati. Hanno bisogno di sentirsi qualcuno e si comportano in questa maniera». Non si tratta però di un fenomeno isolato e relegato a Borgo Roma.

In città e provincia sono diverse le bande che «controllano» i territori. Tante hanno una sigla come «Abba», quella di Borgo Trento che fa riferimento a via Giuseppe Cesare Abba, o la «Prz», tutta al femminile e attiva in centro. Oppure la «Acab», in zona Veronetta. «Se si sta assieme a loro si possono capire meglio. Non sono persone cattive di natura, questo lo voglio precisare. Finché non si inseriscono nel mondo lavorativo o fino a quando non trovano la loro strada però fanno fatica. E questi che vediamo ora», sospira, «sono i risultati». Difficile fare un identikit di questi ragazzini, anche perché sono diversi tra loro per estrazione e provenienza: «Generalmente sono di seconda generazione. Tanti di loro, devo dire, non hanno grandi ideali, se non fare i bulli», la descrizione del sacerdote. «Io ci provo», conclude, «a far capire a questi ragazzi che le cose importanti per cui battersi sono altre. Sono preoccupato perché se queste sono le premesse cosa succederà in futuro?».

Nicolò Vincenzi