Tra i giovani al parco

Borgo Roma, terra di frontiera: «Né immigrati, né veronesi, diventare grandi qui è difficile»

In via Tarnova le scritte con gli insulti alle forze dell'ordine. Per due volte si può riconoscere la sigla Qbr
In via Tarnova le scritte con gli insulti alle forze dell'ordine. Per due volte si può riconoscere la sigla Qbr
In via Tarnova le scritte con gli insulti alle forze dell'ordine. Per due volte si può riconoscere la sigla Qbr
In via Tarnova le scritte con gli insulti alle forze dell'ordine. Per due volte si può riconoscere la sigla Qbr

Davide ha una faccia che sembra un ritratto. Riccioli scuri, occhi scurissimi, sorriso splendente: dondola una gamba seduto su una panchina sotto l'ombra compiacente di un platano e riflette. «Qbr... sì forse li ho sentiti. Ma qua di gruppi ce ne sono tanti: è un modo come un altro per distinguersi. Anche solo per dire che ci siamo, che vogliamo esserci».

La panchina è quella del parco di San Giacomo, Davide è un ragazzo di seconda generazione («detto così sembro un'auto usata», ironizza), cresciuto a Verona Sud forse un po' più in fretta dei suoi coetanei di altre periferie. Un percorso simile a quelli della Qbr, la banda di Borgo Roma accusata di furti e rapine ai danni dei più deboli. «Per lo più non sono violenti questi gruppi. Spacconi sì, a volte strafottenti e magari un po' maleducati», racconta. «Ma che ne sa la gente di loro? Che ne sanno di noi?». Che c'è da sapere? «Eh... Che Borgo Roma non è la periferia degradata che a volte dipingono, ma non è neppure un'oasi di pace. Qua, a volte, il disagio è una roba che si vede e si tocca», racconta Davide, un nome come un altro, forse neanche troppo il suo.

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«Mica è sempre facile diventare grandi qua. Specie per noi ragazzi figli di immigrati, nati e cresciuti nel borgo. Dovremmo stare meglio dei nostri genitori, invece finisce che stiamo peggio: né immigrati, né veronesi. Il problema principale? Mancano spazi apposta per noi». Anche quelli della Qbr sono cresciuti a Borgo Roma, tra violenza e rap. «La mia specialità è stare fuori dai guai, ma non per tutti è così». Questione di abitudine, spiega Davide. «Anche a me piace il rap, lo ascolto tutti i giorni, che c'entra. Ma giro al largo dalla polizia, giro al largo dalla gente strana. Giro al largo dai bar dove so che ci vanno certi tipi e da quelli dove gira roba. Sennò, poi, chi lo dice a mia madre?».

Lo impari, vivendo a Borgo Roma. «Basta ascoltare, guardare, stare in strada. È così che siamo cresciuti. Tutti. Quasi tutti. No, non si vive male. Ma dipende molto da te. Qualche mio amico, per esempio, ha lasciato la scuola. Voleva lavorare, aveva fretta di guadagnarsi lo stipendio. Ecco, quello è uno dei momenti in cui rischi di più». Non che Davide faccia vita monacale... «Il fine settimana è dedicato al divertimento. E il parco è una bella base d'appoggio. È frequentato da giovani, ma anche da famiglie e anziani. Fino a mezzanotte si sta tranquilli, al massimo qualche ubriaco. Poi, piano piano che l'area comincia a svuotarsi, arriva altra gente». Si tratta, in particolare, di senzatetto. Lo conferma un uomo che bazzica dalle parti del chiosco a poca distanza dagli ingressi di via San Giacomo.

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«Sono qui spesso, di giorno, ma anche di sera. Non ho mai assistito a episodi gravi. Anche perché i controlli ci sono». Anche lui è allergico a rivelare il nome: «Non si sa mai, meglio evitare problemi». «Non ho mai visto situazioni pericolose», spiega invece Sara da dietro al bancone del chiosco al centro del parco. Da lì ha una vista privilegiata su tutta l'area verde nel cuore di Borgo Roma. La sua è una piccola finestra su San Giacomo. «Faccio sia il turno alla mattina che quello serale», aggiunge mentre prepara un paio di caffè ai suoi clienti, «e almeno fino alle undici qui è tutto tranquillo». Non mancano, e questo lo confermano anche altri avventori del chiosco, personaggi che la giovane barista definisce «particolari». C'è chi alza un po' troppo il gomito e chi non è proprio così silenzioso, ma, ripete: «Non ho mai avuto l'impressione che potessero creare problemi».

Borgo Roma è la terra di frontiera, il quartiere dove convivono pizzerie e macellerie etniche e dove le ragazze con le minigonne vanno a braccetto in centro con le coetanee con il chador. La terra delle baby gang e degli studenti universitari, dei senzatetto che dormono al parco e dei professori che al parco lasciano l'auto per andare a lavorare al Policlinico.

Davanti al parco passa una coppia: «Il problema principale di questi giorni? È che l'erba si sta seccando», sorride la signora. «D'altra parte, con questo caldo... Brutta gente? Poca, quasi niente. Ma noi facciamo vita riservata. Comunque alla sera usciamo spesso, anche solo per fare quattro passi, e non abbiamo avuto mai problemi». Qualche episodio in più capita al di là di via San Giacomo, dove Borgo Roma va a sbattere contro la Zai. Come in via Tarnova, dove sono comparsi insulti scritti sui muri contro la polizia firmati dalla Qbr. Quelli della Qbr: cresciuti a pane, violenza e rap. Come Philip e Minur, due che in musica cantano di periferie degradate, di proteste e di attacchi alle istituzioni. Quella frase di Minur «Che ore sono? È l'ora dei soldi» la si ritrova anche nei messaggi della Qbr. «Vivo nella jungle carico il fucile»: anche questa... quasi identica. «Non condivido la violenza, ma non si può neppure condannare la musica rap. Quella è un'altra cosa», spiega Maicol, un tipetto basso, muscoloso e con la testa rasata quasi a zero. Tipo? «Spesso è solo una forma di lotta contro il disagio. Di protesta. Un modo per chiedere di avere le stesse opportunità degli altri».

Che poi è questo quello che sogna ogni ragazzo. «Poi se qualcuno prende una brutta strada ne risponderà. Io voglio trovarmi un bel lavoro da grande. Per questo studio». Come lui ce ne sono tanti. «Possiamo contare anche su gruppi, associazioni, volontariato. Alternative alla strada ce ne sono», spiega Maicol. «Ma certe compagnie affascinano. La Qbr non mi appartiene. Ma so che alcuni ragazzi ammirano chi ne fa parte». Di nuovo al parco. Il polmone verde, il luogo dove incontrarsi. La panchina di prima è vuota. Davide ha finito la «siesta». I riccioli neri danzano nel vento lungo il vialetto di sassi. Alza una mano in segno di saluto. Poi si cala due enormi cuffie blu sulle orecchie: anche la musica rap, a volte, fa la rima con speranza.

Roberto Vacchini