Vallumbrina, qui la guerra si vede

Reticolati e trincee salendo verso la visibile cima della Vallumbrina
Reticolati e trincee salendo verso la visibile cima della Vallumbrina
Vallumbrina (Mafrici)

Il Gavia, reso celebre da epiche tappe del Giro d’Italia, con i suoi 2.618 metri di quota è uno dei passi automobilistici più elevati dell’arco alpino e rappresenta uno degli ambienti d’alta montagna più facilmente raggiungibili, ideale punto di partenza per tante belle escursioni oltre quota tremila. Se aggiungiamo il fatto che siamo nel Parco nazionale dello Stelvio, al confine fra le province di Brescia, Sondrio e Trento, il quadro è davvero completo. Una meta da vedere e soprattutto da vivere, sia in bicicletta che soprattutto a piedi, sfruttando uno dei due rifugi (Berni, del Cai, e Bonetta, privato) come base.

Fra le tante cime che si possono raggiungere, il Pizzo di Vallumbrina (3.225 m) è una delle più facili e di maggiore soddisfazione, sia per l’eccezionale, variegato contesto naturale in cui ci si muove che per il grande valore storico di questa montagna, che è un museo a cielo aperto della Grande guerra. Si tratta di una meta escursionistica, ma a inizio stagione la presenza di neve può obbligare all’uso di ramponi e quantomeno bastoncini. Quest’anno, per le ben note ragioni legate alla siccità, il problema praticamente non si è mai posto. Io ci sono tornato con il mio collega Enrico.

Si parte dal rifugio Berni (2.541 m), si attraversa la strada e, seguendo i segni biancorossi, si scende nella sottostante valle fino a un ponticello che permette di attraversare il torrente Gavia. Seguendo le indicazioni per il bivacco Battaglione Ortles e i numerosi pannelli che spiegano la morfologia glaciale di questi ambienti d’alta quota, si passa vicino al vecchio rifugio Gavia e, lasciando a sinistra l’itinerario che porta al ponte dell’Amicizia in direzione del Pizzo Tresero, si tiene la destra risalendo un dosso erboso fino ad affacciarsi sul sottostante vallone ai piedi dell’ancora imponente ghiacciaio del Dosegù, che si estende con i suoi seracchi fra la Punta San Matteo (3.678 m) e la Punta Pedranzini (3.599 m), sovrastato dalla cima del Dosegù (3.560 m). Insomma, un paesaggio alpino di prim’ordine.

La discesa nel vallone è obbligata e ci costringe a perdere un centinaio di metri di dislivello (più pesanti sulle gambe al ritorno). Ci si abbassa fino al torrente, con la cascata del Dosegù che domina la scena. Si segue l’itinerario segnalato in biancorosso risalendo la morena accanto al corso d’acqua, poi si sale a destra su terreno detritico instabile (attenzione ai segni, non molto evidenti). Si sbuca su un pianoro e in breve si arriva a un bivio fra le rocce, appena sotto quota 2.800: a sinistra si va verso il ghiacciaio, in direzione del San Matteo, mentre a destra si punta verso il bivacco e la Vallumbrina.

Poco sopra troviamo un primo specchio d’acqua, il bel lago Nero, che si costeggia per un tratto prima di risalire un gradino roccioso che dà accesso a un’altra conca glaciale con altri laghetti, ultima testimonianza della scomparsa (da decenni) vedretta di Vallumbrina. Qui a inizio stagione inizia di solito il tratto ancora innevato, che agevola la salita, che è invece più laboriosa e faticosa quando il pendio è solo detritico. Si sale fra grandi massi in ambiente poco a poco più severo, con ottimi scorci sulla piramide scura del Corno dei Tre Signori (3.360 m) e sulla Punta Sforzellina (3.100 m).

Seguendo i segni, in parte gialli, si arriva ai piedi del risalto finale, dove iniziano a spuntare i basamenti delle baracche di guerra che, oltre cent’anni fa, accoglievano i soldati italiani che abitavano questo vero e proprio villaggio militare d’alta quota. Un ultimo strappetto ci deposita sulla larga cengia che ospita il bivacco Battaglione Skiatori Monte Ortles (3.130 m), poco sotto la cresta che si affaccia sulla Vallumbrina che scende verso Pejo (breve risalita meritevole per il panorama). Il bivacco ha sei posti letto e stufa a legna ed è stato creato sistemando una baracca di guerra, ricostruita fedelmente. Subito viene da pensare alle sofferenze di quei soldati che furono costretti a combattere oltre i tremila metri, sommersi dalla neve di quei terribili inverni di un secolo fa.

Dal bivacco si scende brevemente a una selletta in direzione dell’evidente cima che vogliamo raggiungere. Impressionanti i reticolati ancora sul posto che proteggevano dagli assalti degli austroungarici e che segnano l’intera cresta, costellata di postazioni, baracche (a volte in posizioni impossibili), camminamenti e trincee. Tutto è rimasto come allora ed è davvero un museo a cielo aperto. Si risale il crinale seguendo i segni, sul versante che precipita verso il vallone del Dosegù, su una mulattiera di guerra per lunghi tratti ancora ben evidente, che si sviluppava al riparo dei colpi degli austroungarici fino alla cima. Che è caratterizzata da una croce e da quel che resta di una postazione dalla quale era possibile controllare tutto il crinale fino al monte Mantello e alla Punta San Matteo, che fu teatro di furiosi combattimenti (e dove morì il capitano Arnaldo Berni).

Le nuvole, purtroppo, ci hanno negato in parte lo splendido panorama che la Vallumbrina regala a chi affronta i circa 800 metri di dislivello, che si percorrono in due ore e mezza. Su questa cima in ogni caso non si deve andare di fretta; vale la pena girovagare fra trincee e postazioni, prendersi tutto il tempo necessario e scattare tante belle foto di una montagna che è davvero unica.

Si ritorna lungo la via di salita.

 

Claudio Mafrici