Nel cuore del Brenta, le bocchette centrali

È considerata una delle più belle vie ferrate del mondo. Ci si muove in un ambiente roccioso davvero unico, con esposizioni da brivido, su una serie di cenge a tratti davvero esigue
Il tratto iniziale del sentiero Figari
Il tratto iniziale del sentiero Figari
Nel cuore del Brenta (Mafrici)

Quella delle Bocchette Centrali è considerata una delle più belle vie ferrate del mondo. Ci si muove in un ambiente roccioso davvero unico, con esposizioni da brivido, su una serie di cenge a tratti davvero esigue, attraversando il cuore del Gruppo di Brenta. Un tracciato alpinistico bellissimo, ben attrezzato, tecnicamente non difficile ma non banale, soprattutto da non sottovalutare («tanto lo fanno tutti»), che richiede passo sicuro e assoluta mancanza di vertigini ma regala certo grandi emozioni e tanta soddisfazione. Bisogna anche sapersi muovere su roccette alquanto esposte, e spesso umide, in particolare nei tratti di discesa in cui si deve disarrampicare senza attrezzature. Attenzione: con la neve tutto diventa molto più complicato. Noi, per fortuna, abbiamo trovato solo una spolveratina.

Una avventura unica da affrontare con cautela e attrezzati

Fatte queste doverose premesse, le Bocchette Centrali sono un’avventura assolutamente da vivere, anche se la sempre notevole frequentazione può creare «traffico», e non solo nelle giornate festive. Questo succede perchè il periodo ideale di percorrenza è piuttosto breve, diciamo tra fine luglio e metà settembre, quando in genere la neve che si accumula nei canaloni si è sciolta e il percorso risulta fattibile anche senza ramponi e piccozza. Quest’anno il problema quasi non si è posto, visto l’inverno poco nevoso e la prolungata siccità. Ma in ogni caso, anche se non difficili, le Bocchette Centrali vanno affrontate con cautela e attrezzati come si deve, visto che si raggiungono quasi i 2.800 metri e ci si muove sempre sopra quota 2.600.

Le Centrali collegano la Bocca dei Armi alla Bocca di Brenta, per intenderci il rifugio Alimonta e il Tosa-Pedrotti (o il Brentei) o viceversa. Io e i miei amici della bici abbiamo scelto la prima soluzione, che affronta il tratto delle scale in salita. Ma parliamo di scelte soggettive. Il punto di partenza classico è il parcheggio di Vallesinella (1.511 m), che si raggiunge al termine di una stradina a pagamento da Madonna di Campiglio. Si cammina nel bosco e in 40 minuti si è al rifugio Casinei (1.825 m). Si prosegue in salita fino a sbucare sul costone del Fridolin e, superato il bivio per i rifugi Tuckett e Sella, si prosegue a saliscendi attorno a quota duemila con bellissimi scorci sul Crozzon di Brenta con il celebre Canalone Neri (quel che resta), percorrendo il sentiero Bogani (qualche tratto attrezzato facile). Valicate le rocce basali delle Punte di Campiglio, si sbuca nel vallone con il rifugio Maria e Alberto ai Brentei (2.182 m).

Il maestoso ambiente roccioso ai piedi delle Punte di Campiglio

Immediatamente prima si prende a sinistra seguendo le indicazioni per il rifugio Alimonta (sentiero 323). Si torna a salire in maestoso ambiente roccioso nel Vallone dei Brentei, ai piedi delle Punte di Campiglio e della Cima Mandron, si lascia a sinistra il tracciato che porta alla ferrata Sosat e si sale ancora, con pendenze moderate, fino alle bancate rocciose che precedono l’Alimonta, che sorge a 2.580 metri in posizione spettacolare al centro di una gigantesca placconata, la Busa degli Sfulmini, ai piedi della vedretta omonima, oggi ridotta a ben poca cosa (ma le imponenti morene laterali dicono che in passato questo ghiacciaio aveva un suo perchè).

Il tratto successivo, quello che porta all’inizio della ferrata, risulta delicato per due motivi: un corpo di frana ai piedi della Cima dei Armi (massi e ghiaie mobili) e la presenza di ghiaccio vivo sulla vedretta degli Sfulmini, che a fine stagione si presenta in genere senza neve, quindi ghiaccio vivo. Noi al bivio per Bocchette Centrali (a destra) e Alte (a sinistra), abbiamo seguito i segnavia ma una volta sul ghiacciaio, poichè non tutti erano attrezzati a dovere (i ramponcini da passeggio qui non servono), abbiamo optato per un «taglio» avventuroso, costeggiando la vedretta e risalendo poi le ghiaie fino alla traccia di solito percorsa da chi collega i due tratti delle Bocchette, non segnalata ma evidente, superando con cautela un paio di tratti in cui sotto i detriti affiora il ghiaccio.

Arrivati alla Bocca dei Armi (2.747 m), ci si prepara indossando imbrago, kit da ferrata e casco e poi si parte. Per raggiungere la cengia vera e propria delle Bocchette si salgono quattro scale, non difficili ma verticali, per una cinquantina di metri, tagliando poi una crestina sopra la vedretta. Purtroppo la nebbia, che aveva già iniziato a risalire dal versante orientale, quello di Molveno, ha rapidamente chiuso l’orizzonte.

Un vero peccato, perché ci è mancato il panorama grandioso delle Bocchette. O forse un bene, visto che i vertiginosi precipizi sotto i nostri piedi (fino a 500 metri verticali) in molti tratti naturalmente si intuivano fin troppo chiaramente ma non si vedeva il fondo e quindi... Altri amici, saliti due giorni dopo, hanno trovato meteo splendido. Ma in montagna va così.

Una passeggiata sul vuoto assicurati a un cavo tra equilibrismi da brividi

Non sto a descrivere tutto lo sviluppo delle Centrali, che è articolato sostanzialmente in tre tratti: il primo, che corrisponde ai sentieri Figari e Benini de Stanchina, è quasi tutto su cenge, alcune molto larghe (e non protette) e altre più strette, spettacolari e in numerosi tratti davvero minime, fino a 30-40 centimetri al massimo. Si cammina sul vuoto assoluto assicurati a un cavo e quando si incrocia un altro alpinista bisogna ricorrere a una serie di equilibrismi da brivido nell’attacca-stacca-attacca con i due moschettoni che ci tengono uniti alla parete.

Questa traversata incredibile taglia la Torre di Brenta, risale alla Bocchetta Alta degli Sfulmini (il punto più alto della ferrata), quindi taglia sotto le torri degli Sfulmini fino all’omonima Bocchetta Bassa, dove inizia il sentiero Castelli. Questo secondo tratto taglia su cengia sotto il Campanile Alto e poi scende e infine risale fino alla Bocchetta del Campanile Basso, ai piedi della cima più iconica delle Dolomiti di Brenta, dove è impossibile non fermarsi ad ammirare lo spettacolo. Quella che a distanza sembra solo una guglia, è invece una gigantesca torre di roccia, che dà la misura al paesaggio. Per me questo è il punto più suggestivo del percorso, senza nulla togliere alle spettacolari cenge, sia chiaro.

L'ultima parte e poi la discesa per lunghi tratti non protetta

La terza e ultima parte delle Bocchette Centrali inizia qui (sentiero Gottstein), in discesa, e prosegue per lunghi tratti, non protetta, fino a portarsi sotto la cima della Brenta Alta. Da qui si traversa a destra e si risale su un percorso ben attrezzato e ardito, fino ad affacciarsi sul vallone che sale dal rifugio Brentei alla Bocca di Brenta. Alternando tratti attrezzati a tratti liberi, si scende fino all’ultima spettacolare cengia, a tratti molto stretta, che si abbassa fino ad affacciarsi in direzione della Bocca.

L’uscita dalla ferrata si può effettuare scendendo un’ultima scaletta (più agevole), oppure rimanendo sulla cengia fin quasi al passo, superando su staffe in orizzontale un tratto in parete. Per il rientro, si percorre il sentiero che scende al Brentei, superando un costolone attrezzato ed esposto ma facile. Arrivati al rifugio si ripercorre il cammino fatto all’andata fino al rifugio Casinei e poi in Vallesinella, più diretto del sottostante sentiero attrezzato Violi (segnaletica), che obbliga a scendere in Val Brenta per un bel tratto ma poi a risalire su sentierino con alcuni cavi fino al Casinei.

L’anello complessivo richiede in tutto 8-9 ore a seconda del passo, per la ferrata calcolarne tre (foto e soste sono obbligate), la discesa ne richiede altrettante. Il dislivello della ferrata è contenuto, circa 200 metri, ma bisogna arrivarci: da Vallesinella, con i saliscendi, calcolare altri 1.400 metri. I rifugi permettono di spezzare l’itinerario in due giorni.

 

Claudio Mafrici