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L'intervista

Gigliola Cinquetti, mito senza età: «Quella volta che fermai Bambi all'Astra. E che ricordi in piazza Dante»

di Alessandra Galetto
Intervista alla veronese Gigliola sulla sua autobiografia «A volte si sogna»
Gigliola Cinquetti nel 1970
Gigliola Cinquetti nel 1970
Gigliola Cinquetti

Tutto nasce dall’Eurofestival 2022. Perchè ritornare sullo stesso palco 58 anni dopo con la stessa canzone che la consacrò a star internazionale quando aveva solo 16 anni non è cosa da poco. Diciamo che non capita a molti. «Se non altro per ragioni anagrafiche, nel senso che bisogna essere giovanissimi agli inizi», sorride Gigliola Cinquetti. 

L’artista che nel 1964 non solo vinse Sanremo e poi, appunto, l’Eurovision con «Non ho l’età», ma che si impose con quel brano diventato presto una sorta di inno per le mamme, le nonne, i papà d’Italia e di mezzo mondo, sarà domani alle 18 alla libreria Feltrinelli di via Quattro Spade per presentare la sua prima autobiografia da pochi giorni arrivata in libreria, dal titolo «A volte si sogna» (Rizzoli, pp. 252, euro 18). 

Gigliola Cinquetti
Gigliola Cinquetti


Gigliola, dunque il desiderio di ripercorrere la sua vita e la sua carriera facendone un libro nasce lì, sul palco di Torino?

Inutile negare che è stata davvero un’emozione grande e che è qualcosa che, appunto, capita a pochi: tornare con lo stesso brano sullo stesso palco dove hai vinto 58 anni prima significa che hai cominciato prestissimo! E questo ha destato la curiosità e l’interesse di molti, compresa la casa editrice Rizzoli. In qualche modo posso dire che questa autobiografia me l’hanno chiesta, poi io l’ho scritta nel modo che piaceva a me, con un carattere letterario, una storia vera ma come un romanzo.

Ha scelto di parlare in terza persona nonostante si tratti di una autobiografia. Un modo per prendere un po’ le distanze dall’emozione dei ricordi?

Non mi piacciono le confessioni, non mi appartiene quel genere. La terza persona mi ha dunque permesso esattamente, da una parte, di prendere la distanza da un materiale molto personale e dall’altra di procedere per scene, non necessariamente secondo un ordine cronologico. Diciamo che la terza persona è il ghostwriter di cui ho avuto bisogno per scrivere la mia autobiografia: un modo anche per lasciare che sia il lettore a scoprire le mie emozioni. E del resto questa non è la storia della mia vita, ma un punto di vista su quel momento. Ho fatto una scelta su che cosa raccontare: è naturalmente una parte minima ma che dà un senso, il senso di ciò che ho vissuto. 

Nel libro c’è molta Verona, molto dei suoi legami affettivi, ma anche tutto il mondo. Perchè dopo il successo di «Non ho l’età» per lei è iniziata una stagione di successo internazionale che l’ha portata a viaggiare tantissimo.

Una cavalcata delle valchirie in stile Apocalipse Now! Davvero una cavalcata di viaggi che a quel tempo non erano certo così facili, così agevoli come sono oggi. Ricordo ad esempio un viaggio pionieristico in Giappone con mia madre nel ’65. All’epoca non c’era la rotta polare, per cui abbiamo affrontato un itinerario fatti di 10 scali, per un totale di ore di 30 ore di viaggio, attraversando le Indie. E in classe turistica: eravamo davvero mandate allo sbaraglio! Guardi, ricordo benissimo che dopo quel viaggio non ho mai più mangiato spezzatino, perchè dopo ogni decollo ci davano da mangiare sempre lo spezzatino: per dieci volte! Servivano coraggio e forza d’animo per intraprendere quelle avventure.

E sua madre la accompagnava sempre?

Con il tempo mia mamma si lamentava della fatica. E così quando sono «diventata grande», diciamo trentenne, e avevo una trasferta ancora in Giappone le ho detto che potevo andare da sola. Lì per lì mia mamma non ha detto nulla ma il giorno dopo ha ripreso il discorso: «Che ne dici se ti accompagno? Forse è l’ultima volta nella mia vita che vengo in Giappone». Ho ribattuto che pensavo che non le importasse di quei viaggi. E lei mi ha risposto con una frase che mi ha fatta pensare molto: «Non conta quello che uno crede». Voleva dire che a volte uno crede di pensare una cosa, ma non è così, e solo poi scopre che era diverso.

Torniamo a Verona

Verona c’è sempre, anche se sono quarant’anni che vivo a Roma. Verona è la mia città natale, quella dove tutto è cominciato. Diciamo che vivo a Roma ma sono sempre stata pendolare, con una serie di tappe obbligate ogni volta che faccio ritorno nella città di Giulietta e Romeo. Tanto è vero che nel libro si parla dell’incontro con mia sorella a Bosco Chiesanuova e lì la data è 2022. Anche i miei due figli non rinuncerebbero mai alla loro parte veronese. 

Gigliola Cinquetti con Mike Bongiorno
Gigliola Cinquetti con Mike Bongiorno

Un suo ricordo speciale di Verona, che tocchi un luogo del cuore? Cinema (oggi sono in realtà pochi) o teatri, strade o piazze amate?

Beh allora ho un ricordo chiarissimo legato al cinema Astra. I miei genitori mi avevano portata a vedere Bambi, avevo tre anni. Ad un certo punto sono scoppiata a piangere e urlare, hanno dovuto interrompere la produzione e accendere le luci in sala. I miei mi hanno portata fuori con la coda tra le gambe mentre gridavo: «Sono indignata!». Una frase che credo avessi sentito dire a mio padre magari per ragioni di lavoro, e che in bocca a una bambina di tre anni suonava così terribilmente seria. Ma avevo ragione: come fai a far vedere ad un bimbo una storia così crudele?

Era una bambina molto determinata. 

Credo di sì. Comunque tra i miei ricordi belli c’è anche piazza Dante. Mio padre lavorava nel palazzo della Prefettura, in un ufficio tecnico, io studiavo pianoforte in via Massalongo. Quando finivo lo raggiungevo, lui usciva per le 18.30 e tornavamo a casa insieme con la Topolino. Era bellissimo. Sono nata in via Pescetti, non a Cerro come molti pensano (non so da dove sia nata questa leggenda) e ricordo tutta la bellezza di Ponte Pietra quando dalla collina si scendeva in centro, sul ponte c’era un suonatore di fisarmonica, l’Adige che scorreva nervoso. Questa bellezza mi è rimasta nell’animo. 

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