Grazia Pertile: «Così ridaremo vita agli occhi»

Grazia Pertile guida l’Unità Oculistica del Sacro Cuore di Negrar
Grazia Pertile guida l’Unità Oculistica del Sacro Cuore di Negrar

La salute come sfida, nell’era della pandemia, più che mai. Da vincere, grazie ai progressi della ricerca e della scienza. Per guardare avanti e arrivare a soluzioni che permettano stili di vita soddisfacenti a tutti, sposando, ad esempio nanotecnologie e medicina. Perché «non c’è futuro, senza innovazione». Ne è convinta la dottoressa Grazia Pertile, dal 2003 direttore dell’Oculistica dell’Irccs (Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico) Sacro Cuore Don Calabria a Negrar di Valpolicella e fa parte dell’équipe per la realizzazione della retina artificiale fotovoltaica tutta made in Italy.

 

Vi è arrivata dopo la specializzazione all’Università di Maastricht (Olanda) e un’esperienza quadriennale al Middelheim Hospital di Anversa (Belgio). «La voglia di migliorare è continua e le scoperte ci servono per dare nuove risposte ai problemi dei pazienti», afferma. Nel suo campo, la chirurgia vitro-retinica, significa trattare patologie degenerative dell’occhio in modo risolutivo. In pratica, restituire la vista a chi l’ha persa parzialmente o del tutto.

 

Venerdì 20 novembre Pertile parlerà al Festival del Futuro (19-21 novembre): è la seconda edizione, ma la prima interamente digitale, promossa e organizzata dal Gruppo editoriale Athesis con Eccellenze d’Impresa e Harvard Business Review Italia. Alle 14 terrà un discorso sulla retina artificiale liquida made in Italy, un progetto da primato di cui fa parte con la sua équipe negrarese insieme al gruppo di Guglielmo Lanzani, direttore del Centro di nanoscienze e tecnologia dell’Iit, Istituto italiano di tecnologia, di Milano, e a quello di Fabio Benfenati, direttore del Dipartimento di Neuroscienze e neurotecnologie dell’Iit di Genova. Questa protesi è in fase di sperimentazione, e deve essere ancora testata sull’uomo. Ma promette di diventare un’arma efficace contro malattie che portano alla cecità.

 

La salute è il primo tema dei molti in programma al Festival. Poteva essere altrimenti, nell’anno del Covid-19? Non credo, stiamo vivendo una situazione drammatica. Ma ho fiducia: le difficoltà saranno superate. Sono un’inguaribile ottimista. Per me la speranza è l’ultima a morire.

 

La sperimentazione sulla retina liquida prosegue, dunque? Non ci siamo mai fermati, anche se un certo rallentamento dovuto all’epidemia Covid c’è stato. La ricerca, ad ogni modo, sta procedendo.

Cos’è la retina artificiale liquida? È formata da una soluzione acquosa in cui sono sospese nanoparticelle fotoattive che sostituiscono i fotorecettori danneggiati da malattie degenerative o dovute all’invecchiamento che, in alcuni casi, possono portare alla cecità completa.

Quali malattie, ad esempio? La retinite pigmentosa e la degenerazione maculare legata all’età. Entrambe portano alla progressiva degenerazione dei fotorecettori della retina e la vista, tra gli organi di senso, è quella la cui assenza impatta in molti ambiti della vita di una persona.

Questa retina artificiale va bene anche per i ciechi dalla nascita? No, per ora. Le persone che non vedono dalla nascita hanno anche altri problemi connessi, per i quali ancora non abbiamo trovato una soluzione. Ma stiamo studiando.

Come funziona? La naturale stimolazione luminosa di queste piccolissime particelle fotoattive, che vengono iniettate sottoretina, attiva i neuroni risparmiati dalla degenerazione e viene mimato ciò che fanno i fotorecettori della retina nei soggetti sani.

Esternamente si vede qualcosa? No, è un impianto invisibile, che non impatta in alcun modo. È un aspetto che lo differenzia nettamente dalle tecnologie precedenti, che erano molto più ingombranti e avevano bisogno di telecamere e alimentazione elettrica. Un rimedio rivoluzionario. È così. Siamo convinti rappresenti una svolta nel trattamento di patologie retiniche invalidanti. Che rappresenti il futuro, insomma.

Un futuro lontano o vicino? Difficile a dirsi. La sperimentazione sui modelli animali ha dato ottimi risultati. Ora dobbiamo iniziare quella sull’uomo.

Quando? Non prima del 2022. La ricerca ha bisogno di molti passaggi e verifiche. Ma, come dicevo, io sono ottimista. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Camilla Madinelli