Biologa marina e divulgatrice

Maria sole Bianco:
«Curare il mare
per darci un futuro»

INTERVISTA A MARIASOLE BIANCO FES. FUTUR

Mariasole Bianco usa la metafora del corpo umano: «È sufficiente che la nostra temperatura corporea salga di un grado o poco più per sentirci molto male. Non dobbiamo credere che sia diverso per i delicati ecosistemi della Terra, sottovalutando gli effetti del riscaldamento globale. Fanno ammalare il pianeta». Biologa marina, divulgatrice in grado di tradurre studi scientifici in parole semplici, presidentessa di Worldrise onlus, associazione che sviluppa progetti di conservazione dell’ambiente acquatico, Mariasole Bianco parlerà della «Sfida planetaria, clima, ambiente ed energia» al Festival del Futuro.

Dottoressa Bianco, lei è un riferimento internazionale per le politiche di tutela dell’ambiente marino. Perché proteggere mari e oceani è tanto importante?

Lo è per la nostra stessa sopravvivenza e per quella di qualsiasi creatura vivente. Per molti anni l’oceano è stato il “grande escluso” nei dibattiti sui cambiamenti climatici. E questo è assurdo, se pensiamo che le acque ricoprono il 70 per cento del pianeta. E soprattutto che, dalla rivoluzione industriale a oggi, esse hanno assorbito oltre il 90 per cento del calore in eccesso, causato dalle attività antropiche. Fosse mancata questa funzione termoregolatrice delle masse acquatiche, si stima che oggi sulla Terra avremmo una temperatura media di 36 gradi e più.

Ma l’azione protettiva degli oceani sta andando in crisi. Quali sono i motivi?

Ce ne sono diversi. Il primo è l’innalzamento della temperatura. Il riscaldamento globale, a noi visibile in particolare per gli intensi fenomeni meteorologici che provoca, dalle alluvioni alla siccità estrema, riguarda anche le acque profonde. L’aumento è stato registrato fino a duemila metri di profondità, con grave sconvolgimento dei relativi ecosistemi marini.

E l’altra causa?

È l’acidificazione dell’acqua, fenomeno drammatico di cui si parla poco. Raramente riflettiamo sul fatto che gli oceani sono il nostro “polmone blu”. Emettono oltre il 50 per cento dell’ossigeno, e al contempo assorbono grandi quantità di anidride carbonica. Tuttavia quest’ultima, in eccesso, provoca la modifica del Ph acquatico. Le conseguenze? Tanti organismi marini faticano a vivere, addirittura alcuni molluschi non riescono a formare la conchiglia: molti allevamenti di ostriche sono in crisi. È stato stimato che, se l’acidificazione degli oceani continuerà al ritmo attuale, alla fine del secoli i coralli si scioglieranno.

Lei sottolinea spesso un altro fattore che minaccia la salute delle acque: la plastica…

Sì, lo continuo a ripetere e non mi stanco di farlo. Ogni anno otto milioni di tonnellate di plastica, pari a un camion ogni minuto, finiscono in mari e oceani attraverso i fiumi. Si è formata così una “zuppa” di micro-frammenti che galleggiano sotto forma di isolotti, e poi gradualmente vanno a fondo, o vengono ingoiati dai pesci; comunque non si disintegrano mai del tutto. La plastica è un materiale molto resistente e duraturo. Perciò è davvero un controsenso che l’80 per cento di essa sia destinata a una funzione monouso. Bottiglie, stoviglie, cannucce, sacchetti e quant’altro sono leggeri, facilmente trasportabili dal vento quando vengono abbandonati nell’ambiente. Così finiscono in acqua.

Saprà che anche fra scienziati esiste un filone di pensiero tendente a “scagionare” l’umanità: i cambiamenti climatici, si dice, sono sempre avvenuti…

È vero, ma mai così in fretta. Fino alla rivoluzione industriale, le variazioni del clima si sono manifestate in ere geologiche. Noi, in confronto, le abbiamo provocate in pochissimo tempo, certificata da studi su studi. La nota positiva è che ci è rimasto un po’ di tempo per invertire la rotta. E anche Paesi “grandi inquinatori”, come Cina e India, si stanno avviando sulla strada delle energie rinnovabili e della riduzione della plastica.

Cosa si può fare, da semplici cittadini, per contribuire a salvare il pianeta?

Tante piccole scelte quotidiane. Fare la spesa nei mercati rionali, dove i prodotti non sono confezionati, scegliendo alimenti locali, e non l’avocado del Perù trasportato fin qui in aereo. Usare sporte riutilizzabili. Dotarsi di caraffa per l’acqua a casa e di borraccia d’alluminio al lavoro. Usare i mezzi pubblici, se possibile, o sforzarsi di praticare il car sharing, invece di intasare le strade di auto con un unico passeggero. Checché ne dicano gli scettici, queste azioni basterebbero a cambiare il mondo. È una questione di responsabilità personale e di coscienza civile. •

Lorenza Costantino

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