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Collaborazione globale

di Mariana Mazzucato

Dove ci ha portato il capitalismo? Ormai passiamo semplicemente da una crisi all’altra. Abbiamo vissuto una pandemia globale con sullo sfondo la tragedia del riscaldamento globale. Ma abbiamo spesso anche delle crisi finanziarie. Perciò uno dei problemi più pressanti è che, se continueremo a cercare di uscire alla meno peggio da ogni singola crisi, faremo per definizione “troppo poco e troppo tardi”. E io credo veramente che dovremmo dibattere costantemente assieme sul tipo di capitalismo che vogliamo e ottenere una forma di capitalismo molto più funzionale. E non penso proprio che in questo momento abbiamo un’alternativa. Il capitalismo degli azionisti parte dall’idea che solo le imprese creino valore e che lo facciano nel migliore dei modi quando massimizzano i prezzi delle azioni e il valore per gli azionisti. Il capitalismo degli stakeholder parte dall’idea che in realtà la ricchezza sia creata collettivamente da vari tipi di organizzazione, non solo all’interno del business. La seconda domanda che dobbiamo porci è: come possiamo essere sicuri che la ricchezza sia ridistribuita equamente tra tutti questi stakeholder che creano valore? Vuol dire riconoscere il merito dei dipendenti e migliorare le condizioni di lavoro; vuol dire servire le nostre comunità e soprattutto il nostro pianeta, in modo che sia più sostenibile. Ma è un concetto molto più convincente se lo si collega a un’idea di creazione della ricchezza. Ci sono diversi modi di tradurre in realtà il principio teorico del valore per gli stakeholder. Uno è rendersi conto che il successo di un’azienda è stato, è e sarà legato a filo doppio a questo immenso sforzo collettivo. Vogliamo essere più espliciti? Parliamo per esempio dei fondi erogati dal settore pubblico: acquisti, sovvenzioni, prestiti, salvataggi, pacchetti di stimolo. O dei sindacati che hanno contribuito di fatto a promuovere una negoziazione più favorevole tra capitale e lavoro. Dovremmo elencare in realtà tutti i tipi di relazione che si dipartono dall’azienda e hanno contribuito al suo successo. Tanto per fare un esempio, gran parte dei medicinali che usiamo tutti noi, i più diffusi, sono nati spesso dalle ricerche di organizzazioni come i National Institutes of Health, che negli Stati Uniti investono più di 40 miliardi di dollari all’anno in innovazione sanitaria. Dunque la prima cosa di cui prendere coscienza è questa struttura più ampia – un’infrastruttura sociale e fisica – da cui le imprese traggono beneficio. Io penso che lo si debba riconoscere per onestà intellettuale. Poi dobbiamo chiederci cosa significa in realtà fare le cose diversamente. La mera massimizzazione dei profitti può portarci solo fino a un certo punto. Anche se guardiamo al vaccino anti-Covid 19, ci rendiamo conto che alcune case farmaceutiche hanno aderito alla proposta dell’OMS – creare un pool di brevetti per mettere realmente in comune tutte le diverse conoscenze che stanno dietro non solo al vaccino, ma anche alle terapie, come il remdesivir. Per me, questo è mettere concretamente in pratica il concetto di valore per gli stakeholder, perciò se non sei disposto a partecipare a un pool di brevetti, se non sei disposto a praticare un prezzo competitivo basso per il vaccino (Astra-Zeneca costa molto meno di Pfizer), è davvero un problema: il costo e i prezzi contano per la distribuzione di massa che dobbiamo effettuare a livello globale. E non dovremmo assumere che queste siano proprietà generiche, standardizzate e deterministiche. Quello che vediamo è un comportamento completamente diverso. In terzo luogo, se ripensiamo allo sbarco dell’uomo sulla Luna e all’immenso sforzo collettivo che ha permesso di raggiungere questo obiettivo apparentemente impossibile, molto più complesso che fornire mezzi personali di protezione agli operatori di frontline, ci rendiamo conto che è stata un’impresa immane, frutto di una vera collaborazione. Arrivare sulla Luna non era solo la massima espressione della tecnologia aeronautica. Era anche un investimento in materiali, scienza alimentare ed elettronica – l’intera industria del software, sotto certi aspetti, era un’emanazione di quell’ambizioso progetto. Ma serviva anche un diverso approccio alla strategia industriale. Non c’era nessun elenco di settori. C’era un problema da risolvere e tutti quei settori si sono associati, sotto la guida del Governo, per risolverlo. Io credo che dobbiamo entrare un po’ nella stessa mentalità. Che invece di chiedere sovvenzioni e finanziamenti, dovremmo domandarci come possiamo davvero collaborare assieme per trovare nuove soluzioni ai maggiori problemi che affliggono il nostro pianeta. Uno dei quali, per esempio, potrebbe essere rimuovere le plastiche dall’oceano. Ma se pensiamo all’immensa attività lobbistica che svolgono le imprese su scala globale, il nuovo approccio significa in realtà chiedere meno sussidi, meno garanzie, meno tagli fiscali e lavorare davvero con i diversi attori in un modo radicalmente diverso. Ed essere disposti a collaborare per la soluzione di un problema. Allora vivremmo davvero su un pianeta completamente diverso. Non dovremmo vedere, in questo nuovo modo di operare, una limitazione alla capacità di fare profitti. Gli utili che si faranno rifletteranno questa creazione collettiva di valore. Il punto nodale è che se ci tengono al valore per gli stakeholder, le imprese devono rivedere anzitutto il modo in cui si crea la ricchezza. Se in realtà la ricchezza si crea collettivamente, allora cosa vuol dire distribuire adeguatamente le ricompense che riflettono quella creazione di valore? Quella famosa dotazione di fondi Google che andò a Sergey Brin per la sperimentazione avrebbe potuto prevedere la piena autonomia dei ricercatori, indipendentemente dai risultati, con la clausola che in caso di successo, oltre a una determinata soglia di profitto, una certa percentuale dei guadagni sarebbe tornata a un fondo di innovazione, un fondo comune destinato a supportare le Google del futuro. Perché no? Dobbiamo ricordare che stiamo parlando di certi tipi di risultati. Ci sono varie forme di capitalismo. Stiamo vivendo nuovamente vari tipi di crisi. Se vogliamo promuovere una crescita di lungo termine e se vogliamo avere un pianeta sostenibile, dobbiamo lavorare assieme in un modo completamente diverso. Non ci riusciremo parlando astrattamente di valore per gli stakeholder. Dobbiamo cominciare a mettere in pratica queste idee.