Leggende e tradizioni

Fade, anguane, orchi: le creature fantastiche della Lessinia

Viaggio fra alcune figure leggendarie della montagna di veronese, protagoniste dei racconti che si tramandano di generazione in generazione
Illustrazioni di Amaranta De Francisci dal libro Le fiabe della Lessinia di Attilio Benetti e Alessandro Anderloni. E una foto della Lessinia di Stefano Zantedeschi
Illustrazioni di Amaranta De Francisci dal libro Le fiabe della Lessinia di Attilio Benetti e Alessandro Anderloni. E una foto della Lessinia di Stefano Zantedeschi
LE CREATURE DELLA LESSINIA

C’è un’altra Lessinia. È quella popolata da creature fantastiche come fade, anguane, orchi: abitano grotte e anfratti, si muovono nel silenzio dei boschi, camminano sfiorando la rugiada sui pascoli. Sono buone e malvagie, forti e fragili, assumono sembianze umane e animali. Pareva di vederle nelle fredde sere d’inverno quando, nel tepore delle stalle riscaldate dagli animali, i montanari si trovavano a «far filò». Alla luce delle lanterne si raccontava di donne bellissime, di personaggi goffi ma piuttosto scaltri, di figure misteriose: facevano rimanere a bocca aperta i bambini, e pure gli adulti, che si lasciavano cullare da queste narrazioni. Tra magia e timore. Ogni contrada era un piccolo mondo finché, intorno alla metà del Novecento, è iniziato il fenomeno dello spopolamento.
Non c’era ancora la modernità. Nemmeno la tv che, al suo arrivo, ha acceso lo schermo ma spento la fantasia di questa genuina maniera di fare comunità e affrontare la vita con maggiore serenità. Vale la pena recuperare dal passato queste tradizioni. E bisogna ringraziare il patriarca dell’altopiano Attilio Benetti, e i suoi libri sui «filò», se molte di queste storie si possono ritrovare sulle pagine stampate. Diversamente, se non perché custodite nella memoria di qualche anziano, le avremmo perdute.

 

Le fade

Non sapremmo che «le fade sono esseri misteriosi che abitano gli antri e le caverne della Lessinia dove sono state confinate da san Carlo Borromeo che le maledì al Concilio di Trento», esordisce Alessandro Anderloni, regista e autore di Velo, che con altri ha raccolto da «El Tilio» il testimone del tramandare questo prezioso patrimonio. Descrive creature dai vestiti variopinti, belle al punto da ingannare i montanari e tenerli prigionieri nelle loro tane. «Un tempo solidali», spiega, «insegnarono agli uomini l’arte del far formaggio e regalarono alle donne gomitoli di lana che non avevano mai fine. Ma s’inferocirono quando gli uomini vollero sapere troppo di loro e iniziano a tormentarli».
Anderloni ci accompagna in alcuni luoghi frequentati da queste creature. In un antro d’oro del Cóvolo di Camposilvano vive la fada Calamita: qui custodisce una vecchia pentola che, sfiorata, si riempie di ogni cosa desiderata. Nei Cóvoli di Velo alloggia la fada Àissa Màissa, colpevole di essersi innamorata di un montanaro. Ha il suo antro sotto il monte Parparèch la Regina delle fade. Poi ci sono le fade del Monte Sabbionara, della Val Squaranto, del Ponte di Veja. Vivevano (o vivono?) dappertutto. In località che, adesso, frequenteremo con sguardo più attento.

 

Gli orchi

Meno aggraziati, sempliciotti e perditempo, sono gli orchi. Ci sono quelli malvagi e, continua Anderloni, quelli burlevoli: «Impegnati in ogni sorta di scherzi, gridano “Te l’ò fata!”, prima di sparire dentro una nuvola gialla di zolfo». Non hanno fissa dimora e si possono incontrare ovunque. Qualche nome? Selmano, Bindo e l’orco del Sengio imprigionato dalle fade nel masso di pietra all’ingresso della Valle delle Sfingi, che lui aveva portato lì per ordine delle fade; Mùssele e Màssele di Selva di Progno, famosi per le battaglie a colpi di massi di pietra scagliati da una parte all’altra della valle.

 

Le anguane

«Che dire delle anguane, dee dell’acqua?», prosegue Anderloni. Le loro grida si diffondevano dal Sengio Rosso di Campofontana, riempiendo la notte di terrore. Di bell’aspetto, vestivano di nero, ma avevano piedi rivolti all’indietro e schiena cava di scorza d’abete. C’erano le «Sealagan-laute», le beate genti che scendevano dall’antro dello «Schefar Kuval», nella Val Fraselle di Giazza, con in mano tizzoni ardenti che erano arti umani: affascinanti ragazze dalle sontuose vesti bianche viste di faccia, mentre dietro avevano la schiena cava di corteccia d’albero. C’erano le strie, brutte ma abili nel preparare intrugli di erbe. C’erano gli spiriti, chiamati a Giazza «renjar», fantasmi di persone morte di recente che si facevano vive nel buio delle contrade, con rumori o un singhiozzante belato.

 

Il bissogaleto

C’era il basilisco o «bissogaleto»: «Mito antico nella Lessinia orientale», testimonia la studiosa di cultura locale Antonia Stringher. Lo descrive come serpentello alato con cresta sul dorso, occhi rossi, rubino incastonato sulla testa; dal veleno mortale e capacità di «incantesimare» le persone. 
«Nei racconti dei nostri vecchi si raccomandava che, chiunque avesse avuto la sfortuna di incontrare il basilisco, doveva evitare di guardarlo negli occhi», riferisce la studiosa. «Ho parlato con più persone che giuravano d'averlo incontrato», confessa. Per esempio Adelina di Giazza, quasi centenaria, che due mesi fa le ha ripetuto la storia di questa creatura leggendaria, descrivendola con enfasi per i poteri particolari. «Pure un donna di Selva giurava d'averlo visto e lo riteneva un evento particolare, quasi un privilegio», riporta. Colpa della fame o della suggestione, giustifica, tali da trasformare un animale schivo e innocuo come il tritone alpino in essere mostruoso. «L’esistere di queste creature», conclude Stringher, «è legato al bisogno di credere in qualcosa. Sono figure che fanno da trait d’union col soprannaturale, con l’altro mondo. Si pensava infatti che chi governava l’aldilà avesse il potere di governare il destino degli uomini». 

Marta Bicego

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