La tragedia in Marmolada

La montagna che divide: «Basta, servono regole». «No a stop indiscriminati»

Una transenna blocca il passaggio sul sentiero che conduce alla zone colpite dal crollo sulla Marmolada
Una transenna blocca il passaggio sul sentiero che conduce alla zone colpite dal crollo sulla Marmolada
Una transenna blocca il passaggio sul sentiero che conduce alla zone colpite dal crollo sulla Marmolada
Una transenna blocca il passaggio sul sentiero che conduce alla zone colpite dal crollo sulla Marmolada

È giusto evitare altre possibili tragedie come quella accaduta domenica sulla Marmolada ponendo regole precise e chiudendo l’accesso alle vette dei ghiacciai? Oppure l’impatto sul turismo e sull’economia montana sarebbe troppo pesante? Tra guide, operatori turistici, alpinisti e amministratori locali il dibattito si accende.

Le guide Secondo le guide alpine non c’è dubbio: limitare o chiudere l’accesso è, letteralmente, «una follia». La montagna è luogo in cui il rischio, per quanto calcolato, è impossibile da azzerare. «Chi va in quota sa a quali rischi va incontro», è la voce unanime degli addetti ai lavori. C’è, però, un altro tema che tocca da vicino non solo le guide alpine, ma anche rifugi, alberghi e impianti: quello economico. Tutt’altro che secondario soprattutto dopo anni difficili come lo sono stati gli ultimi due segnati dalla pandemia.

Veneto Per Marco Spazzini, presidente del collegio Veneto guide alpine e accompagnatori di media montagna, l’imperativo è categorico: «La montagna non si può chiudere. Un conto è la zona direttamente interessata dal crollo, lì non si può certo far finta di nulla. Ma stiamo parlando di un’area circoscritta». E poi aggiunge: «Chi va in quota sa che c’è una percentuale di rischio, ma prendere una scelta del genere, così drastica va anche contro gli interessi di guide e alberghi e di tutto l’indotto. Giusto garantire la sicurezza, ma si tenga conto anche di tanti altri aspetti». Il messaggio che sta passando, sottolinea Spazzini, sta avendo un grande impatto negativo: «Quanto successo domenica sta già avendo un riflesso: ne viene fuori che le Dolomiti sono pericolose, ma non è affatto così».

Il sindaco Gli fa eco anche il sindaco di Rocca Pietore, Andrea De Bernardin: «È l’ennesimo colpo alla nostra economia. Gli albergatori mi dicono che ci sono già delle disdette. La gente ha paura di altri crolli, anche qui in paese. Bisogna far capire che stiamo parlando di un’area circoscritta». Mentre sulla questione delle chiusure il primo cittadino è perentorio: «È doveroso chiudere certi percorsi, salire sui ghiacciai, in certi momenti, può essere pericoloso. Ma, ripeto, parliamo di un rischio localizzato». Anche il presidente delle Guide alpine italiane, Martino Peterlongo, interviene sulla tragedia che colpito il mondo dell’alpinismo italiano: «Non è ragionevole abbandonare la frequentazione delle montagne in senso assoluto, mentre bisogna se mai pensare alla frequentazione con i criteri della prudenza, della conoscenza delle condizioni degli itinerari».

Imprevedibile E ancora: «L’evento catastrofico era altamente imprevedibile, anche perché se così non fosse stato non si spiegherebbe come mai c’erano sul posto tante persone, fra cui diverse guide alpine. Ma dobbiamo tenere presente che l’alta montagna è soggetta, a cadenza assolutamente imprevedibile, a eventi catastrofici come questo, eventi che si verificano anche (ma certamente non solo) su cime famose e molto frequentate. Ma altrettanti distacchi capitano anche su montagne poco frequentate e in momenti in cui non ci sono persone».

Val d’Aosta Il discorso del presidente trova ampie adesioni nei colleghi. Ezio Marlier, presidente dell’Unione valdostana guide alta montagna, il collegio più numeroso d’Italia con 330 associati, è tra questi: «Chi va in montagna, e in particolar modo per ghiacciai, deve essere consapevole che i rischi esisteranno sempre. Bisogna saperlo questo». Il discorso della Marmolada, però, è difficile da paragonare ad altre regioni. Le vette sono molto diverse e la situazione è meno problematica. Non esita ad usare la parola «follia» quando sente parlare di chiusure, di limitazioni degli accessi in quota. «Chi vuole prendere certe decisioni lo fa solamente perchè non sa niente della montagna. In tanti non sanno nemmeno cosa dicono quando parlano di cime. Ognuno è libero di fare quello che vuole e io, ad esempio, quella domenica sarei stato lassù con loro», chiarisce. Poi il presidente dell’Unione valdostana aggiunge: «Imporre delle chiusure? E chi paga? Sarebbe un contraccolpo micidiale, non solo per noi ma per tutto l’indotto».

Lombardia Tra le guide c’è anche Davide Spini, del collegio lombardo: «Il nostro modo di lavorare», spiega, «è già cambiato da tempo. Ancora prima del disastro di domenica scorsa». Motivo per cui anche il mondo dell'escursionismo, e quindi di questa nicchia di turismo alpino, sta evolvendo. «Si avvertiva già che qualcosa stava cambiando, alcuni percorsi non si fanno più», sottolinea. Sul versante economico precisa: «Può darsi che questa tragedia incida anche sotto questo punto di vista». Infine una posizione condivisa: non c’è condanna verso i colleghi che nel primo pomeriggio di domenica si trovavano là: «L’avrei fatto anch’io», conclude Spini, «non c’erano particolari segnali che indicassero un pericolo del genere».

Nicolò Vincenzi