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09.04.2019

Con gli wine
influencer il vino
diventa «social»

«Siamo stufi di ascoltare analisi sensoriali con migliaia di sfumature olfattive, non vogliamo sentire il gusto di marasca, ciliegia e lampone. Vogliamo conoscere la storia di una cantina, di un vignaiolo, appassionarci al duro lavoro per far crescere la vite in modo sano, sentir comunicare un vino per quello che è: un prodotto della natura lavorato dall’uomo per il suo quotidiano e la sua felicità. Basta termini noiosi, le sfumature di crosta di pane sono off». È il grido «sotterraneo» che emerge, sempre più forte, nelle giornate di Vinitaly.

 

Il manifesto di una nuova generazione e di una professione emergente: gli wine influencer, i portabandiera della comunicazione digitale che anche nel mondo del vino (seguendo la strada tracciata dai colleghi della moda) sta muovendo i primi passi. Luca e Matteo, gli autori della frase in apertura, hanno 24 e 23 anni. Ma ci sono anche Emanuele (27), i ragazzi di Cantina Social e tanti altri. Anche loro, in questi giorni, sono a Verona per la fiera che ne fa, per quattro giorni, la capitale dell’enologia (e ieri sono saliti «in cattedra», allo store Signorvino in corso Porta Nuova, per una wine lessons sui generis).

 

Ma la loro prospettiva è diversa rispetto alle migliaia di sommelier e giornalisti che affollano gli stand di Veronafiere: il loro obiettivo, attraverso parole, fotografie studiate o dirette video in italiano e in inglese, è «educare i consumatori del futuro», proseguono Luca e Matteo, noti nel settore come «Not Just Wine», «perché l’under 30 che si limita a bere superalcolici si perde moltissimo: l’identità di un Paese, la storia e infine la condivisione ».

 

Fa loro eco Emanuele Trono, alias Enoblogger, 27enne cuneese da qualche anno di stanza a Verona, che world influencer ha inserito al nono posto nella top ten mondiale per il wine: «I canali tradizionali hanno sempre cercato di creare esclusività attorno al mondo del vino, in questo modo si è persa una grande fetta di mercato: i giovani. Il mio obiettivo è riavvicinarli e rendere accattivante e semplice questo settore per tutti quanti». Facile a dirsi, forse, un po’ meno a farsi: un abito (Ferragni docet!) si indossa, si fotografa e il gioco è praticamente fatto. Raccontatelo a chi, dopo aver versato e immortalato il vino in uno scatto, è solo al punto di partenza, con tutta la difficoltà di tradurne il sapore e le sensazioni che evoca.

 

Eppure, a giudicare dal numero di follower che questi ragazzi vantano, c’è una platea che non aspetta altro. «La gente non beve abbastanza vino perché pensa di non saperne abbastanza per poter esprimere un giudizio», spiega Emanuele. «Ma non devono essere tutti sommelier, se un vino ti piace è buono, quella è l’unica regola che vale». E anche i più giovani sembrano averlo capito: «Si pensa ancora ai soliti vini e alle solite cantine famose, c’è bisogno di più approfondimento e ricerca.Mala tendenza dei ragazzi a bere superalcolici sta svanendo», confermano Luca e Matteo, «preferiscono lo Champagne anche in discoteca, che ormai è a tutti gli effetti uno, se non il primo, mercato principale per i domain più blasonati».

 

La curiosità c’è, insomma, le professionalità adatte pure. Il grande passo spetta ora alle aziende vitivinicole: decidere se e quanto investire su queste figure. Saranno pronte?«Le maggiori difficoltà sono quelle di riuscire a farmi percepire, anche dai piccoli produttori,come un vero professionista che affronta questo lavoro con serietà ed impegno», sottolinea Enoblogger. «Per il resto, le aziende percepiscono l’importanza di questo nuovo modo di comunicare il vino, con un approccio schietto e senza filtri, e comprendono il potenziale del digitale, destinato ad aumentare perché si rivolge ad un pubblico giovane e curioso».

 

Una community di pubblico del proprio target, attivo e interessato, che si appassiona a questo modo di interagire, insomma, oggi è un boccone troppo ghiotto per chi vuole raggiungere il pubblico online. Il problema, dicono gli «ambasciatori digitali» del vino, è che gli influencer non sono tutti uguali. Tanto che questa parola, per chi quelli «seri», può diventare addirittura scomoda.

 

«Su dieci aziende che investono nel digitale, nove lo fanno nel modo sbagliato, affidandosi a figure pubbliche con numeri gonfiati o a persone non preparate», sottolineano Luca e Matteo. «Dovrebbero investire, prima, nella propria preparazione su questi temi, dando fiducia ad uno staff giovane all’interno dell’azienda. Noi ed Enoblogger siamo personaggi pubblici digitali atipici. Da un influencer ti aspetti che scatti una foto e dia visibilità al tuo prodotto. Noi siamo anche consulenti marketing, brand ambassador, partner digitali, gestori di siti ed e-commerce. Le aziende ci scelgono perché sanno che non avranno un servizio di pubblicità senz’anima, ma una strategia di business, di advertising, una gestione completa dei profili social e del sito. Certo, essere giovani e dinamici, sempre in viaggio e alla ricerca della novità, ci spinge ad essere emulati. Ma siamo un modello sano e genuino. Siamo bravi ragazzi».

Elisa Pasetto
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