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Allerta siccità

Poca neve e niente pioggia, «non possiamo non essere preoccupati»

di Luca Fiorin
L'intervista al commissario per la siccità Nicola Dall'Acqua
Nel riquadro, Nicola Dall'Acqua
Nel riquadro, Nicola Dall'Acqua
Nel riquadro, Nicola Dall'Acqua
Nel riquadro, Nicola Dall'Acqua

È già tempo di allerta siccità, nel Veronese. «Anche se siamo solo ai primi di febbraio, possiamo già dire che, se continueranno a scarseggiare le piogge, finiremo per trovarci in difficoltà», spiega Nicola dell’Acqua, l’agronomo di Castelnuovo del Garda che da maggio scorso è il Commissario straordinario nazionale per l’emergenza idrica.

«In questo momento i fiumi hanno livelli accettabili per il periodo, e questo è un dato positivo, ma, purtroppo, ci sono altre situazioni che non possono non preoccuparci», precisa Dell’Acqua. Il rischio che il sistema irriguo possa andare in sofferenza non appena ci sarà la necessità di abbeverare le colture esiste. «Il problema principale è che non c’è neve a sufficienza sui monti».

Le masse nevose che sino a qualche anno fa si depositavano in quantità rilevanti a quote medio alte, nel loro progressivo sciogliersi con l’innalzarsi delle temperature, facevano sì che i corsi d’acqua risultassero sufficientemente pieni sino a stagione irrigua ben avviata, addirittura sin quasi all’estate. «Da qualche tempo non è più così e questo fatto comporta un disequilibrio per quanto riguarda le risorse disponibili. Certo qui non siamo messi come in Sicilia o Sardegna, dove c’è già una situazione di siccità in atto, ma è chiaro che la situazione non è comunque allegra».

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Troppa poca neve

Il commissario fa riferimento ai dati che vengono rilevati dalle realtà pubbliche che si occupano di ambiente. Per quanto ci riguarda, a tenere sotto costante controllo precipitazioni e riserve è l’Agenzia regionale per l’ambiente che certifica una netta carenza di accumuli nevosi. Nelle montagne più alte a fine gennaio essi erano, seppur non di molto, sotto ai valori medi degli ultimi 15 anni. Il divario, poi, risulta sempre più marcato scendendo a quote che diventano via via più basse.

«La temperatura della terza decade (+4,5 gradi rispetto la media, ndr) ha reso nel suo complesso gennaio piuttosto mite», spiega Arpav. L’agenzia precisa che nel primo mese dell’anno «nelle Dolomiti sono caduti 30-50 centimetri di neve a fondovalle (a circa 1.200 metri di altezza) e 70-80 oltre i 1.600 metri» e che «nelle Prealpi vicentine sono scesi 80-100 centimetri già a 1600 metri». Spiega però che è andata peggio nelle montagne veronesi, con 40-60 centimetri, anche se un po’ meno che nelle Prealpi bellunesi, dove non si è andati oltre i 25-45 centimetri.

Le sole tre nevicate dello scorso mese non sono l’unica situazione negativa. «Le temperature miti, associate a venti anche di föhn, hanno determinato una importante fusione lungo i versanti al sole», dice l’agenzia, secondo cui mancano circa 50 centimetri di neve sulle Dolomiti e quasi 80 nelle Prealpi. Comunque la si guardi, la situazione non è rosea. Anche le falde, infatti, continuano a veleggiare su quei livelli inferiori alla media storica che costituiscono una costante dal 2022, per quanto lo scorso anno si sia registrata una parziale, ma non duratura, inversione di rotta.

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Contromisure difficili

Le contromisure non possono essere attuate dall’oggi al domani. «Il momento attuale è contrassegnato in tutta Italia da una scarsità d’acqua superficiale accumulata e da una forte pressione sui giacimenti sotterranei dovuta ad emungimenti elevati», conferma Dell’Acqua.

«Il Governo ha istituito una cabina di regia che sta valutando i progetti che i distretti dovranno realizzare. Una delle priorità è sicuramente quella di rimpinguare le falde, e per questo è possibile utilizzare, facendola filtrare sotto terra, anche l’acqua che riempi nei mesi invernali i fiumi, così come è necessario far si che tornino ad essere attive le risorgive, che nel Veronese garantiscono l’irrigazione nella parte più a Sud della pianura», continua.


Bacini e dighe

L’altra grande sfida, però, è quella di far si che ci siano in superficie strutture in grado di accumulare risorse utilizzabili quando il livello dei fiumi cala. «Se le falde erano già essenziali per gli acquedotti, gli invasi lo sono diventati per l’irrigazione», precisa il commissario.

«Chiaramente è necessario realizzare bacini di dimensioni molto grandi, che siano in grado di garantire scorte d’acqua davvero importanti», aggiunge, anticipando che da questo punto di vista una soluzione potrebbe essere la realizzazione di dighe, come quella che la Regione vorrebbe realizzare sul torrente Vanoi, nel Bellunese, o quella di Meda, nella vicentina Val d’Astico, che da origine ad un bacino per il quale è progettato un notevole ampliamento.