Il compleanno

I 60 anni di Maradona: è stato il più grande di tutti? / LE FOTO STORICHE

I 60 ANNI DI MARADONA

Il sessantenne Diego Armando Maradona (nato il 30 ottobre 1960) non è stato uno qualsiasi, nel mondo del calcio. Dici Maradona e ti sovviene il sogno, l’asso più bravo dell’orbe terraqueo nel periodo in cui giocava, quello che vinceva la Coppa del Mondo, lo scudetto, la Coppa Uefa quasi da solo con le sue prodezze, con le sue punizioni millimetriche, con la forza che soltanto un vero campione può dare a una squadra che si riflette nella sua classe. Dici Maradona e ti vengono alla mente i Mondiali del 1990, i «nostri» Mondiali, quelli che non abbiamo vinto perchè «el pibe de oro» decise, con l’appoggio dei tifosi napoletani (che tifarono per lui) al San Paolo, la qualificazione dell’Argentina segnando l’ultimo rigore, quello che seguì il tiro di Donadoni e precedette quello di Serena, entrambi parati da Goycoechea. Dici Maradona e vedi, nel dopo carriera, le sue immagini di uomo ammalato, ingrassato, che entra ed esce dagli ospedali. L’ho incontrato a Pechino, al seguito dell’olimpica argentina (studiava da ct della Nazionale), vittoriosa grazie anche ai gol di suo genero Kun Aguero. Scendeva qualche volta in campo per «allenarsi» con i gauchos di Batista, suo vecchio compagno di squadra, rubando la scena alla squadra. 

La sua vita è stata piena di prodezze e nefandezze, vissuta fra i gol stupendi, l’idolatria dei tifosi e il fastidio del «Palazzo» a causa dell’alcol e della droga che lo hanno devastato e portato a un passo dalla morte. Regalò due scudetti (i soli titoli vinti) al Napoli. Dicono che nel suo contratto ci fosse scritto che doveva solo presentarsi sul campo, la domenica, all’ora della partita, in divisa di gioco. Nessun altro obbligo. E lui se ne approfittava un po'. Lo chiamavano anche «l’artista», perchè dal suo straordinario sinistro poteva venir fuori qualsiasi prodezza. Una volta, al Verona, segnò quasi da centrocampo, con un pallonetto imprendibile che lasciò di stucco tutti; al Mondiale messicano, nel 1986, fece all’Inghilterra un gol di mano («La mano de Dios») che fece scoppiare polemiche terrificanti, ma rifilò ai britannici anche una rete incredibile, partendo da centrocampo e dribblando tutti gli avversari davanti a lui, prima di depositare la palla nella porta. Potremmo raccontare mille prodezze di Maradona, ma noi preferiamo parlare degli episodi cui abbiamo assistito personalmente. Era difficilissimo intervistarlo.

 

- Ed era necessario farlo perchè, sia che il Napoli perdesse o vincesse, una frase del «Pibe de oro», una sua smorfia, ci voleva sempre nel reportage domenicale: la sua faccia era come una calamita e attraeva il pubblico. Bastava un sospiro, per dare importanza a un servizio televisivo. Una volta se ne andò (dissero per un miliardo di lire) a dare un saggio della sua arte pedatoria al figlio di uno sceicco. La domenica successiva giocò a San Siro, non toccò quasi palla e il Napoli perse con l’Inter. Con un montaggio sofisticato lo rappresentammo su un cammello nel deserto mentre in sottofondo la canzonetta di Carosone faceva: «Comme sì bello, a cavallo a ’stu cammello, cò binocolo a tracolla, cò turbante e ’o narghilè…». Tre giorni dopo a Zurigo c’era un’amichevole fra Italia e Argentina. E seguimmo la squadra sudamericana. Ci vide dalla finestra dell’hotel e fece cenno con la manina di andare su da lui. «Senti, le mie bambine hanno visto il papà sul cammello e vorrebbero il filmato. Se non me lo fai avere non ti parlo più». 

 

Fu accontentato. A Tokyo, luglio 2002, dopo la finale Mondiale vinta dal Brasile sulla Germania, in una conferenza stampa-pranzo con 230 giornalisti presenti realizzò il tutto esaurito, battendo Gorbaciov (183), Pelè (193) e tutti gli altri: dalla Lollobrigida a Reagan. Diego Armando Maradona, al modico prezzo di 3.150 yen (circa 30 euro) incontrò la stampa internazionale, facendo a fette mezzo mondo. Parlò di politica, calcio, fatti personali, di tutto. Ci incontrammo davanti all’uscio della associazione della stampa: «Mi metterai sul cammello, oppure stavolta mi vestirai da samurai?» Sibilò. Attaccò tutti. Di Pelè, suo acerrimo nemico e rivale per il ruolo di re del calcio di tutti i tempi, ridendo disse: «Ha fatto di tutto perchè io non venissi in Giappone: la gente è con me, a lui non va di essere il numero due. Ma Pelè deve esser contento: non meriterebbe di essere secondo».

Franco Zuccalà