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È morto Glauco Pretto. La cultura in lutto

Lo storico e scrittore nella redazione de L’ArenaLa fotografia dell’alpino nella neve nella Grande guerra
Lo storico e scrittore nella redazione de L’ArenaLa fotografia dell’alpino nella neve nella Grande guerra
Lo storico e scrittore nella redazione de L’ArenaLa fotografia dell’alpino nella neve nella Grande guerra
Lo storico e scrittore nella redazione de L’ArenaLa fotografia dell’alpino nella neve nella Grande guerra

Lutto nel mondo della cultura veronese. Si è spento venerdì pomeriggio, a 88 anni, Glauco Pretto figura poliedrica votata alla poesia, alla ricerca storica e alla divulgazione. Il funerale sarà celebrato martedì alle 9 nella chiesa parrocchiale di Povegliano, paese nel quale è cresciuto e al quale, anche dopo il trasferimento a Dossobuono nel 1959, è rimasto sempre legato. Da alcuni mesi risiedeva nella residenza per anziani Santa Caterina di Verona, dopo un lutto per lui insopportabile: neppure un anno fa è mancata la moglie, Renza Paganella, 84 anni, alla quale era legato da 66 anni e dalla quale aveva avuto i figli Roberto, veterinario, Annalisa, insegnante, e Giampaolo, musicista e direttore d’orchestra di fama.

«Era inconsolabile, ultimamente», spiega Giampaolo. «Non si è mai ripreso. Avevano festeggiato l’anno scorso 60 anni di matrimonio».

Raggiunto dalla notizia nel pomeriggio di venerdì, il figlio gli ha dedicato il concerto di Anton Bruckner in Mi minore e il Canto di sepoltura di Brahms, dirigendo l’orchestra Haydn nel duomo di Merano la sera stessa: «È stato un momento difficile e toccante per me. Papà era molto religioso. Il mio è stato un tributo, con la musica sacra, a un padre che ho amato molto e al quale devo la mia carriera che ha sempre sostenuto».

Studente mazziano, dopo la laurea in pedagogia a Genova, conseguita nel 1970, Pretto ha insegnato alle elementari, è stato poi professore di lettere alle scuole medie e infine preside sia delle Cavalchini sia delle Don Allegri di Villafranca. Foltissima la sua produzione letteraria, dalle poesie, molte legate al mondo rurale, ai volumi di ricerca storica che hanno offerto uno spaccato del secolo scorso. In Vita col baco da seta, oltre ad affrontare in maniera scientifica, dal seme alla matassa, una produzione che ha segnato la crescita dell’industria serica, ha raccontato un mondo a lui caro: i genitori, originari del Villafranchese, erano impiegati nel settore delle filande, e per questo Pretto nacque ad Albino (Bergamo), per poi trasferirsi da bambino, con la famiglia, a Povegliano.

Due le sue stelle polari: la cultura e la fede religiosa. Istrionico e intellettuale, per oltre trent’anni è stato bibliotecario della Antonio Spagnolo dell’istituto don Mazza, in via San Carlo a Verona, biblioteca dal prezioso patrimonio librario anche antico.

Qui ha scoperto, catalogato, riprodotto e infine pubblicato i 230 scatti fotografici su vetrino, rinvenuti quasi in maniera fortuita, del fondo Vittorio Napoleone Darra, direttore di sanità militare nella Grande guerra. Quelle immagini sono diventate un volume, il suo ultimo sforzo letterario, presentato a Villafranca proprio qualche sera fa: 1916. L’Italia impara a fare la guerra.

La meticolosità l’ha tenuto incollato per mesi al fondo Darra. Ha trascritto una per una le didascalie delle foto coronando, così una vita dedicata alla divulgazione. E lasciando un monito alle generazioni future perché «dalla storia dolorosa» si colga il «richiamo morale a trovare, attraverso metodi non militari, la costruzione di società e popoli non contrapposti, vicini tra loro, in un tempo che sembra vivere una terza guerra mondiale. Oggi è desiderio di tutti che si impari a costruire la pace», ha scritto Pretto nella prefazione al volume, seguendo l’indole cristiana coltivata all’interno dell’Azione cattolica, della quale è stato animatore per decenni, e del gruppo per il Pluralismo e il dialogo, fondato da don Luigi Adami negli anni Settanta.

«È stata una persona sempre spronata dalla voglia di divulgare culturalmente ciò che ha fatto parte della sua vita, dell’infanzia e della giovinezza trascorsa a Povegliano», conclude il figlio. «Il paese è centrale, ad esempio, nella sua produzione poetica e ha voluto sempre valorizzare il mondo rurale in senso storico e filosofico. Allo stesso modo, ha dipinto, nel Baco da seta, la vita povera e disagiata di chi lavorava per le filande, raccontandone il mondo che vi ruotava attorno. Fino all’ultimo è stato produttivo con un’alta attività culturale».

Maria Vittoria Adami

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