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CLIMA E FEDE

Esposta la Sacra spina, il rito corale contro la siccità

di Fabiana Marcolini
Da sabato in Duomo è visibile la lisca usata per uccidere i santi Fermo e Rustico. Dal 1262 la giaculatoria rivolta al Divino, nel ricordo dei martiri, è usata per interrompere la siccità che dura da mesi.
Esposta in Duomo la «Sacra Spina»
Esposta in Duomo la «Sacra Spina»
Esposta in Duomo la «Sacra Spina»
Esposta in Duomo la «Sacra Spina»

Fu usata per decapitare Fermo e Rustico, in quella lisca appartenente a un grande pesce di mare utilizzata come spada e strumento di morte dal 1262 i veronesi ripongono la speranza in tempi di siccità. Ovvero la pioggia. E come accadde lo scorso anno, in luglio, da sabato sera la «Sacra Spina» custodita in un incavo d’argento massiccio, chiuso a doppia chiave sotto la statua della Madonna del Popolo, è stata esposta in Duomo.

Foriera di pioggia, elemento vitale per uomini, animali e piante, per l’ecosistema insomma, che da mesi non bagna le nostre campagne, è a alla «Spina» che si chiede l’intercessione al Divino contro la siccità. E davanti a lei i fedeli si fermano a pregare, per chiedere ai due santi martirizzati insieme e insieme ricordati, di interrompere questo periodo di secca. Come si narra accadde nel 1262, la prima volta che la giaculatoria venne accolta.

Il racconto di Lodovico Moscardo

Lo riporta Lodovico Moscardo nel 1668:«Fu in questo tempo (primavera-estate) grandissima secca, non essendo piovuto nello spazio dal principio di marzo fin al 19 di luglio. Per la qual causa fu dal Vescovo Ruberto (Manfredi Roberti) ordinata solenne processione per intercedere col mezzo dei gloriosi santi Fermo e Rustico la pioggia, portando il vescovo la Spina con la quale furono decapitati. E il signor Dio esaudì i preghi mandando abbondantissima pioggia».

Da allora rappresenta il rimedio ai periodi in cui, mai come ora, il clima è avaro di una delle componenti fondamentali della vita sulla terra. La potenza della preghiera, della richiesta fatta ai due amici perseguitati dall’imperatore Decio e sulla cui morte esistono versioni differenti, non ha mai deluso i veronesi, soprattutto se accompagnata dalla processione che nel 1802 dal Duomo arrivò alla chiesa di San Fermo e poi dal Duomo fino a San Zeno e infine da una chiesa all’altra. 

La preghiera collettiva

La necessità di un’azione corale, quale è la potenza della preghiera collettiva, quasi due secoli fa spinse i parroci della città a unirsi in una lunga e affollata processione che dalla cattedrale si diresse a San Fermo dove la reliquia venne esposta. La notte stessa cadde la pioggia.

Il surriscaldamento globale all’epoca non esisteva, non esisteva nemmeno la desertificazione dovuta all’abbattimento di milioni di foreste e alla urbanizzazione che ha divorato campagne e alterato non solo il paesaggio ma il sistema idrogeologico. Al punto che non si riesce a fare scorte per fronteggiare un medio periodo senza pioggia. 

Da sabato si attende l’intervento dei due santi che già al loro arrivo dall’Istria (le reliquie furono portate dalla sorella del vescovo Annone) salvarono Verona dalla peste.  «Tu padre buono, che su tutti fai brillare il tuo sole e cadere la pioggia, abbi compassione di quanti soffrono duramente per la siccità che ci ha colpito in questi giorni».

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