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Migranti

In viaggio con il tir che due volte l'anno da Verona porta aiuti sulla rotta balcanica

Tutto è nato nel 2016, da un gruppo di ragazzi veronesi che si erano conosciuti con gli scout
Il tir e il freeshop gestito dall'associazione veronese (foto Ana Blagojevic)
Il tir e il freeshop gestito dall'associazione veronese (foto Ana Blagojevic)
Il tir e il freeshop gestito dall'associazione veronese (foto Ana Blagojevic)
Il tir e il freeshop gestito dall'associazione veronese (foto Ana Blagojevic)

Due volte l’anno l’associazione veronese One Bridge To Idomeni invia un tir carico di aiuti umanitari a Corinto, dove dal 2021 con altre due associazioni ha aperto un centro di accoglienza per i richiedenti asilo che abitano il campo della città greca. Gli aiuti umanitari sono tutti donazioni di privati e aziende, e consistono soprattutto in cibo, ma anche in prodotti igienico sanitari ed equipaggiamenti per affrontare il difficile cammino della rotta balcanica.

 

Cos'è la rotta balcanica e come nasce One Bridge to Idomeni

Meno sensazionale a livello visivo dei tragici e disumani naufragi nel Mediterraneo, la rotta balcanica è stata e continua a essere teatro di violenze, sofferenza, ingiustizie e attese interminabili per tutte quelle persone che dal Medio Oriente cercano di raggiungere l’Europa occidentale – soprattutto Germania – partendo dalla Turchia e attraversando i Balcani. È in seguito a una delle più gravi crisi migratorie che è nata One Bridge to Idomeni.
È il 2015 e mentre sulle coste italiane sbarcano 150.000 migranti, un numero elevato rispetto agli anni precedenti e successivi, in Grecia arrivano ben 780.000 persone in fuga dal Medio Oriente – da Isis, dalla guerra in Siria, che s’inasprisce sempre di più, dal consolidarsi dei talebani in Afghanistan. In pochi mesi la Germania apre le sue porte a chiunque arrivi dalla Siria, ma nel frattempo Slovenia, Serbia, Croazia e Macedonia chiudono i confini. A Idomeni, dunque, un piccolo paese greco davanti al confine con la Macedonia, si forma un enorme campo informale a cielo aperto, dove i migranti piantano migliaia di tende da campeggio in attesa di oltrepassare il confine e proseguire il viaggio verso nord. 
Marzo 2016: Giulio Saturni, che sarebbe diventato il fondatore di One Bridge, sta facendo trasloco. «Ho trovato in cantina una tenda da campeggio e mi è venuto un flash: con alcuni ragazzi conosciuti negli scout abbiamo deciso portare a Idomeni tende, sacchi a pelo e vestiario. Abbiamo organizzato una raccolta e sono arrivate donazioni da mezza provincia. Così abbiamo dovuto trovare un magazzino e fare altri 4-5 viaggi». 

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Il centro a Corinto

Da lì l’associazione richiama sempre più volontari e avvia numerosi progetti lungo la rotta balcanica: incluso, appunto, il centro a Corinto. «Qui abbiamo un “freeshop”, dove con un sistema a punti distribuiamo gratuitamente cibo e prodotti igienici ai richiedenti asilo del campo» spiega Mina Lanzilotti, coordinatrice del progetto. «Inoltre, il centro è nato per creare uno spazio dove le persone possano stare tranquille al di fuori del campo, per cui le persone possono venire per bere un caffè e noi organizziamo attività ricreative, di supporto medico, psicologico e legale, di ricerca lavoro, corsi di inglese».

foto Ana Blagojevic
foto Ana Blagojevic

Joana è originaria dell’Angola ed è fra i circa 600 richiedenti a Corinto. «Il primo giorno che ho visto il freeshop ero contenta, perché ci aiuta con il cibo, i vestiti per bambini, i pannolini. Noi siamo in cinque: io, mio marito e tre bimbi. Siamo in Grecia da quattro anni e stiamo aspettando la risposta alla nostra domanda di asilo». 
Oltre a Joana, a frequentare il centro ci sono tanti altri donne e uomini, ragazzi e ragazze, giunti con viaggi difficilissimi da Siria, Iran, Palestina, Egitto, Iraq, Congo. Ragazzi come Umar, che in Siria faceva il pasticcere, Yusuf, egiziano che sogna di fare il calciatore, Heidar, architetto iraniano, Maida, scappata con sua figlia dalla Siria. 

Giovanna Girardi

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