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Il dramma in A4

Strage dell'autobus
Lo straziante viavai
di genitori e fratelli

di Camilla Ferro
La polizia ungherese davanti all'Ibis Hotel
La polizia ungherese davanti all'Ibis Hotel
La polizia ungherese davanti all'Ibis Hotel
La polizia ungherese davanti all'Ibis Hotel

È la morte che va avanti e indietro. È la disperazione a dirigere la sfilata silenziosa delle famiglie che arrivano e partono dall’hotel Ibis di via Fermi. Le porte dell’albergo si aprono e si chiudono per accogliere «ospiti speciali» accomunati dalla tragedia assurda che venerdì notte si è portata via 11 loro figli, oltre ad altri 5 tra insegnanti e accompagnatori.

Hanno guidato per otto-dieci ore da Budapest per arrivare a Verona a fare il più penoso - l’ultimo - gesto che dei genitori vorrebbero mai compiere: il riconoscimento del corpo dei loro ragazzi attraverso l’esame del Dna, perché non è rimasto più niente per identificarli. È il «tampone» che tutti ieri sono stati chiamati a fare dalla Procura veronese: mamme, papà, fratelli, in fila all’istituto di medicina legale per il test. Per sette degli studenti bruciati nell’autobus maledetto, già ieri in mattinata è stata raccolta la saliva, per gli altri quattro la polizia aspettava l’arrivo delle famiglie in serata e oggi si procederà ai prelievi.

 

IN FILA CON LE RADIOGRAFIE

È stata una domenica penosa quella vissuta ieri al quartier generale messo a disposizione dei parenti delle vittime: l’albergo di Verona Sud diventato il quartiere generale del Console d’Ungheria Judit Timaffy, dei suoi collaboratori, della Polstrada, degli psicologi, degli interpreti e dei volontari, è stato teatro del triste viavai. C’erano papà con le lastre radiografiche della bocca dei figli, le più recenti fatte per mettere su l’apparecchio. Le hanno quasi tutti, oggi, gli adolescenti le «placchette» ai denti, tutti con quel sorriso metallico che li accomuna e li rende uguali. Da morti, le tanto odiate «bande» diventano un elemento distintivo, uno dei pochi strumenti a disposizione per arrivare a dare nome e cognome a chi il fuoco ha cancellato l’identità.

«Purtroppo abbiamo dovuto chiedere di farci avere i raggi di mandibole e mascelle», ha spiegato Cinzia Ricciardi, dirigente della Polstrada Veneto, «che saranno utilizzati, insieme al Dna, per arrivare a identificare le salme. La situazione è molto complicata, dal punto di vista psicologico abbiamo messo in campo una imponente task force per dare supporto ai familiari in primis ma anche agli agenti da giorni in prima linea a gestire la tragedia.

 

LA SOLIDARIETÀ E IL DOLORE

Venerdì notte a Verona Est, s’è commossa la poliziotta, «un uomo s’è tolto la giacca, gli stivali, il maglione, tutto ciò che aveva addosso, per coprire questi ragazzi sotto choc, usciti dalla corriera in maglietta, a piedi nudi, disperati, spaesati, persi. È una tragedia grande, per chi ha le vittime in casa ma anche per chi ora ha la responsabilità di dare loro assistenza e seguire le indagini».

C’è una bellissima ragazzina, a metà pomeriggio, che entra all’Ibis piangendo. Dietro di lei, mamma e papà. Indossa una maglietta con il logo della Nasa di almeno tre taglie più grandi della sua. Tiene tra le mani un cuscino, uno di quelli che arredano le camere da letto di tante giovani della sua età. C’è scritto a caratteri cubitali «love». Lo stringe forte a sè, non se ne stacca, neanche quando i genitori per cercare di consolarla la abbracciano e tutti insieme si fondono in un unico blocco umano. Stanno fermi così, nella hall dell’Ibis, per minuti interminabili. L’ha portato per metterlo sotto alla testa del fratello - o della sorella, non si sa, dicono i volontari al lavoro in albergo - «perchè così starà meglio, sul morbido, come faceva a casa. Si sentirà meno solo/a con tutto quel love portato dalla sorellina, farà compagnia per sempre». 

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