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Prime da collezione

L’Aereopoli del 1910, sfida nei cieli: a Verona i pionieri del volo

In Basso Acquar gli assi dell’aviazione stupirono la città. Otto giorni di gare. La paura per lo schianto di un belga. Mezzo secolo prima un operaio con ali meccaniche sul corpo si era lanciato dal terrazzo dei giardini Giusti
Concorsi arei a Verona Una delle cartoline commemorative stampate nel 1910
Concorsi arei a Verona Una delle cartoline commemorative stampate nel 1910
Aeropoli Verona 1910

Pionieri dell’aria. «Il dominio dell’uomo nei cieli di Verona». Nella primavera del 1910 l’attenzione della città fu catalizzata dai Concorsi Aerei organizzati l’anno dopo di quello che a Brescia fu il primo evento del genere in Italia.

La manifestazione scaligera, dal 22 al 30 maggio, si svolse a Verona perché la città aveva dato i natali a Mario Calderara, primo aviatore italiano che a Brescia ottenne il primo prestigioso diploma di pilota.

Il «Circuito Aereo», che fu organizzato da un Comitato guidato dal sindaco Eugenio Gallizoli, da Carlo De Stefani dal conte Murari della Corte Brà, proiettò Verona all’avanguardia, nel campo della più sensazionale novità del secolo: il volo.

Per otto giorni, in una struttura allestita in Basso Acquar, si sfidarono i appunto i pionieri dell’aria. L’Arena dette a questo avvenimento un grandissimo rilievo pubblicando le cronache delle gare in prima pagina. E proprio la pagina dell’edizione di domenica-lunedì 29-30 maggio 1910 è stata scelta tra le «Prime da collezione», l’iniziativa che racconta in 40 puntate i grandi fatti di Verona, dell’Italia e del mondo attraverso le cronache del nostro quotidiano.

Il campo di volo e il saluto di D’Annunzio

Per realizzare l’«Aereopoli» fu necessario eseguire imponenti lavori, con centinaia di operai. Fu abbattuto un forte austriaco. Sorsero tribune, dodici hangar e ristoranti. Il campo di volo, il cui ingresso era sulla strada per Santa Lucia, distava 150 metri dalla stazione ferroviaria di Porta Nuova. e l’area per la manifestazione occupava circa 65 mila metri quadrati; gli spazi riservati al pubblico potevano contenere oltre 100 mila spettatori e le tribune circa mille.

Furono organizzati collegamenti con il tram, inaugurato nel 1908, dalla stazione di Porta Vescovo. Arrivò anche un saluto da Gabriele D’Annunzio, che invocò il mito di Dedalo e Icaro: «Verona dà un altissimo esempio. All’annunzio della sua primaverile Festa dedàlea mi sorse nella memoria commossa quella tavola de l suo vecchio Stefano da Zevio ove in una innumerevole fioritura di roseti e verdura d’erbe novelle passa un sì gran fremito di giovani ali. In qual città, meglio che in questa, poteva esser celebratala primavera della terza signoria?», scrisse il Vate.

«Verona per sempre alzata nel culto di tutti gli Italiani dalla sacra tristezza di Dante, ben è degna di segnare del suo suggello gli Annali della conquista nova».

Pionieri del volo e l’asso Paulhan

La guida alla manifestazione, che raccontava i profili degli aviatori che sui sarebbero sfidati, si parlava pure della possibile partecipazione di una donna, Jeanne Herveu, una pioniera francese dell’aviazione, che stava imparando a volare su un Blériot. E proprio i Blériot furono protagonisti della manifestazione. Il 25 luglio del 1909, l’estate precedente, Louis Blériot, attraversò la manica a bordo di un velivolo che pesava 345 chili, con un motore da 25 cavalli e che poteva raggiungere i 95 chilometri orari.

Quell’impresa, pietra miliare per la storia dell’aviazione, sancì la superiorità tecnica francese in campo aeronautico. Superiorità francese che si confermò anche alla otto giorni di Verona del 1910. A trionfare fu uno degli assi del tempo: Louis Paulhan, detentore allora del record mondiale di quota, e che il mese precedente aveva vinto la competizione aeronautica da Londra a Manchester. L’asso francese andò anche negli Stati Uniti dove, a Los-Angeles, infranse l’allora record di altezza salendo a 1.360 metri.

La «disgrazia», paura al decollo

Non mancò a Verona una tragedia sfiorata. Un incidente coinvolse l’aviatore belga Arthur Duray. E il cronista de L’Arena annota con cura ed enfasi quegli attimi durante il decollo dell’aereo: «Vediamo la cellula posteriore rialzarsi con violenza e Duray, sbalzato improvvisamente in avanti, inciampare nei fili e cadere. L’apparecchio, che continua a ronzare e a strisciare sul terreno, lo travolge lo calpesta, lo trascina e vedo le di lui braccia agitarsi sotto quel peso, che ne fa scempio crudele. La folla ha un brivido e poi ammutolisce, come presaga di sangue. Vedo Duray trascinato per decine di metri e già mi pare di sentire lo scricchiolio delle ossa. Duray si alza, cammina, rincorre la macchina. Ma per poco. Innalza le braccia la cielo, si divincola, gira su se stesso e cade disteso pesantemente tra i fiori del prato».

Dopo i soccorsi si sparse la notizia della sua morte. Ma non fu così. Venne curato in ospedale e dichiarato fuori pericolo dopo un paio di giorni. Non pilotò mai più un aeroplano. Pionieri del volo ma già proiettati nel futuro. Non come quell’operaio, 50 anni prima, tale Bresciani, che per volare costruì un «apparecchio da adattarsi al corpo umano composto da due mostruose ali, simili a quelle di una nottola». Per decollare si lanciò dalla terrazza del giardino Giusti. Ma precipitò, ferendosi gravemente.

FIlippo Brunetto

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