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Il caso a Verona

Foto di sciatrici minorenni in intimo e revenge porn nella chat coi ragazzi, indagini su un istruttore

Tutto ruota intorno a una chat chiamata «Francesco Totti»: all'interno anche commenti razzisti. L'uomo intanto è stato sospeso
Un gruppo di sciatori di fondo
Un gruppo di sciatori di fondo
Un gruppo di sciatori di fondo
Un gruppo di sciatori di fondo

Da una parte il procedimento davanti all’organo di giustizia della Federazione italiana sport invernali, dall’altra un fascicolo d’indagine aperto dalla Procura scaligera dopo che, nel settembre dello scorso anno, il Tribunale militare ha trasmesso una segnalazione su un sottufficiale dell’Esercito e il trait d’union tra le due vicende è la stessa persona.

Ovvero l’alpino paracadutista veneto, allenatore di sci da fondo e di stanza a Verona che è stato sospeso per sei mesi dal tribunale federale presieduto dall’avvocato Roberto Senes per la violazione «degli articoli 2 del codice di comportamento sportivo del Coni e articolo 6 dello Statuto Fisi». Ovvero i doveri di rettitudine sportiva.

L'indagine a Verona

Il fascicolo aperto dalla magistratura e assegnato alla dottoressa Maria Federica Ormanni prenderebbe in considerazione il comportamento che il sottufficiale avrebbe tenuto in caserma ma al tempo stesso analizzerebbe anche le eventuali responsabilità per il caso della chat chiamata «Francesco Totti» (l’ex campione è del tutto estraneo) in cui i giovani atleti e il loro istruttore condividevano non solo messaggi tecnici e informazioni sugli allenamenti ma anche immagini di sciatrici, alcune minorenni, riprese negli spogliatoi. Foto che non avrebbero dovuto essere divulgate e per di più seguite da commenti di basso livello.

Non è dato sapere per quali ipotesi di reato la Procura stia effettuando accertamenti, ma da settembre l’indagine si è concentrata anche sulla chat per verificare chi abbia postato cosa e stabilire il ruolo dell’istruttore. Che se è vero che non ha direttamente inserito le immagini è altrettanto vero che ha incitato gli allievi a farlo e a dileggiare persone di colore o postare commenti sessisti sulle ragazze fotografate con solo la biancheria intima. Divulgazione sufficiente di per sé a ipotizzare il «revenge porn».
Non è stata chiesta alcuna misura e non sono stati adottati provvedimenti, sono al vaglio della Procura anche altri comportamenti già stigmatizzati dal Tribunale Federale (messaggi con precisi riferimenti al fascismo, al razzismo e xenofobi) e in gennaio la documentazione raccolta è stata trasmessa alla procura sportiva federale.


La chat Francesco Totti

Cosa c’entrasse Totti non è dato saperlo ma l’indagine sportiva era partita dalla denuncia di un genitore: vide un messaggio sul telefono della figlia (che si lamentava dei contenuti) e informò presidente e vice del comitato veneto Fisi. Era il marzo 2023.

Loro, appena videro lo screenshot, come da atto il tribunale nella sentenza del 19 febbraio, sostituirono immediatamente l’allenatore. All’interno della chat vennero individuati 15 utenti (e tra questi anche minorenni) e all’esito del procedimento davanti al tribunale Federale i sospesi sono stati 3 (sei mesi all’allenatore e un mese ciascuno a due minori), tre le ammonizioni con diffida e una l’ammonizione semplice. Riguardo agli addebiti, il sostituto procuratore avvocato Gabriele Pezzano individuò la diffusione «di immagini e video a contenuto pornografico e pedopornografico, di atlete minorenni e maggiorenni senza il consenso». A qualcuno contestò la detenzione di tali immagini, dei video e la «diffusione di messaggi con precisi riferimenti al fascismo, nazismo e razzismo» mentre a tutti l’aggravante «per aver agito per motivi futili e per aver cagionato una lesione della dignità delle atlete, l’immagine dello sport e della Fisi».


Le decisioni prese verso allenatore e ragazi

Il tribunale ha escluso la responsabilità del presidente e del vicepresidente vicario del Comitato regionale veneto Fisi: «Si sono attivati escludendo l’allenatore dall’incarico e hanno posto in essere una condotta attiva per segnalare la situazione al vertice della Federazione». Sanzioni differenti per gli atleti a seconda dell’attività effettivamente svolta: «La mera presenza in chat non deve essere considerata illecito sportivo mentre è da sanzionare la partecipazione attiva con pubblicazione di contenuti illeciti e sconvenienti».
La partecipazione degli atleti al gruppo era «giustificata proprio dalla presenza del tecnico e dell’informativa in essa condivisa sull’attività sportiva». Per i giudici federali non è integrata la detenzione di materiale pedopornografico come inteso dall’articolo 600 quater del codice penale. «Diversa la posizione per gli atleti che hanno postato fotografie di minorenni in intimo oltre a materiale di tipo razzista e xenofobo».
Ai ragazzi sono state riconosciute le attenuanti equivalenti alle aggravanti perché hanno preso coscienza del comportamento e si sono scusati sia con le atlete prese di mira in chat sia con la Federazione.

 

Il commento di Scardoni

C’erano anche due ragazzi veronesi nella chat «Francesco Totti», finita nell’occhio del ciclone. E all’epoca dei fatti, almeno un anno fa, uno dei due era anche minorenne. Ivo Scardoni, presidente dello sci club di Bosco Chiesanuova, ha conosciuto l’allenatore sospeso per sei mesi dall’attività sportiva, qualche anno fa, quando era il responsabile «politico» della Fisi Veneto, la Federazione sport invernali. Un mondo scosso dagli avvenimenti dell’ultimo anno. Un terremoto, però, di cui si fa fatica parlare ed esporsi troppo. 

«Da certi fatti», commenta Scardoni, «è bene smarcarsi subito. Il ruolo dell’allenatore, in qualsiasi contesto si parli, non conta lo sport, è ben diverso. Un allenatore deve educare i propri ragazzi sia in campo, o in pista, sia nella vita di tutti i giorni. Sono le basi queste». Fatti, quindi, inaccettabili quelle su cui lavora la procura di Verona. 
Scardoni, per altro, bazzica nell’ambiente Fisi, sia a livello regionale che in quello locale, a Bosco, da tantissimo tempo: «In decenni che seguo questo ambiente non ho mai sentito storie di questo tipo». Ma non è difficile parlare di «mele marce». Come può succedere in qualsiasi altro contesto sportivo. Il ricordo va dritto - anche se le modalità erano state diverse - al caso delle «farfalle», la squadra di pattinaggio artistico insultate e vessate pubblicamente per il loro peso proprio dagli allenatori. Altra storia, certo. Ma anche in quel caso i protagonisti erano state figure di cui ragazzi e ragazze si fidavano. Esempi, evidentemente, sbagliati. 

«I nostri ragazzi», continua a raccontare Scardoni, «forse non si sono resi conto della gravità di quello che stava succedendo. O per lo meno non lo avevano capito fino in fondo». Nella chat che prende il nome dell’ex capitano della Roma - che ovviamente non è in nessun modo coinvolto nella vicenda - c’erano video, foto e frasi razziste. Oltre a commenti e frasi becere. «Non l’ho mai vista quella chat e con i nostri ragazzi non ne abbiamo parlato molto. Sono circolate tante voci, quello sì». Forse, e conclude il presidente dello sci club veronese, è stata fatto un’errore di valutazione nella scelta dell’allenatore a monte. Non commenta l’accaduto, invece, il presidente della Fisi Verona, Paolo Menapace. 

Fabiana Marcolini e Nicolò Vincenzi

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