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Polizia di Stato

L'«eroe di Castelvecchio» lascia la divisa: «Quei tre mesi fra Ucraina e Moldavia per salvare quelle opere rubate»

di Alessandra Vaccari
Il commissario capo Franco Bulgarini va in pensione dopo 41 anni in Polizia. E racconta il suo ruolo nel recupero dei quadri sottratti dal museo di Castelvecchio
A sinistra un'immagine del furto di Castelvecchio, a destra il commissario capo Franco Bulgarini
A sinistra un'immagine del furto di Castelvecchio, a destra il commissario capo Franco Bulgarini
A sinistra un'immagine del furto di Castelvecchio, a destra il commissario capo Franco Bulgarini
A sinistra un'immagine del furto di Castelvecchio, a destra il commissario capo Franco Bulgarini

Quarantuno anni ad aspettare, ad intercettare, a pedinare, a investigare. Si chiama quiescenza. Non si chiama pensione quando riguarda le forze dell'ordine. E da qualche giorno Franco Bulgarini che nell'ambiente museale viene ricordato come «l'eroe di Castelvecchio» ha lasciato la divisa della polizia di Stato.

È una carriera di tutto rispetto quella del commissario capo. Nel 1983 frequentò il corso allievi agenti di Vicenza e come prima sede venne destinato a Milano dove passò quattro anni, dei quali tre alla Digos. Venne poi il periodo delle Volanti a Verona quindi 1993 vince il concorso da sovrintendente e subito dopo da ispettore a Nettuno, fino al 1994, da lì quindi la nuova destinazione a Mantova dove passa due anni dal ’94 al ’96, quindi torna a Verona come ispettore coordinatore in Volante, per tre anni.

Grandi operazioni

Nel 1999 viene assegnato alla squadra Mobile, all'antidroga: «Qui ci sono state le grandi operazioni come “Oca bianca“, quella che ricorderete in molti, vide sgominata la banda della famiglia Sartor al Villaggio; la “Benacus“ dove vennero identificati una ventina di albanesi che spacciavano sul Lago di Garda. E poi tanti arresti per piccolo spaccio, come quando arrestammo un moldavo che aveva venduto al tossicomane che si era iniettato la dose tagliata male e lui morì», racconta Bulgarini.

«Partecipai anche alle operazioni di “Alto impatto“ a livello nazionale. Vennero individuate delle città tra cui Verona. In una settimana arrestammo 40 persone, vennero fatte 10 espulsioni. Poi nel 2010 fui assegnato alla quarta sezione della questura di Verona la “reati contro il patrimonio“». Di certo il periodo più interessante: «Vi fu un furto milionario in un'abitazione di una contessa in Corso Cavour. Una coppia riuscì con uno stratagemma a svuotare la casa. Portarono via quadri, mobili, tappeti, persino i sanitari e il caminetto, con un vero e proprio trasloco che avvenne il 15 di agosto, un milione di euro di refurtiva. Grazie al lavoro della nostra squadra riuscimmo ad arrestare la coppia che venne condannata». 

E ancora l’“Operazione avorio“, che inizia con una rapina che misero a segno Sinti e slavi in una cantina a Peschiera.
«Facemmo indagini, intercettazioni, pedinamenti e i poliziotti scoprirono la banda era solita fare dei sopralluoghi. Il primo febbraio del 2011 avvenne la rapina. Ma i poliziotti erano ad attendere i delinquenti e quindi li arrestarono in flagranza di reato. Io ero capo sezione e coordinavo i colleghi delle squadre mobili di Verona, Mantova, Modena e Reggio Emilia. Tentarono la rapina a Modena, in un laboratorio orafo, ma trovarono noi e arrestammo 8 rapinatori, ci fu una sparatoria ed uno dei loro venne ucciso».

La conferenza stampa al Catullo, con Bulgarini e i colleghi carabinieri
La conferenza stampa al Catullo, con Bulgarini e i colleghi carabinieri

Colpo a Castelvecchio

Ma è del 2015 il colpo del secolo, quello di Castelvecchio, in cui vennero trafugate grazie alla guardia giurata che era il basista, 17 opere di valore inestimabile. L’“Operazione Gemini“.

«Gli esperti dicono che a memoria d’uomo non si ricordi un caso analogo e soprattutto di un caso in cui tutte le opere vennero recuperate ed in buono stato in quattro mesi. In alcuni casi viene recuperata parte della refurtiva e a distanza di anni. Del caso parlò per un anno la stampa nazionale. Io passai tre mesi fuori di casa: dall’8 marzo all’8 giugno, prima in Moldavia, quindi in Ucraina perchè nel frattempo i capolavori furono spostati».

«Assieme ai colleghi dello Sco, il Servizio centrale operativo e dei carabinieri della Tutela patrimonio culturale», ricorda Bulgarini, «intercettammo la casa dove c’erano le opere e due dei responsabili, uno era il figlio, cui spiegammo che si ci dava una mano avrebbe avuto beneficio. Con lui in arresto, andammo nell’appartamento dove c’era il padre. Cosa impensabile in Italia. Non facemmo subito irruzione e così nel frattempo le opere vennero spostate in Ucraina e noi di conseguenza andammo ad Odessa. Ma passammo giornate fuori da quella casa. Quando ci fu l’irruzione, l’adrenalina era a mille, ma trovammo il vuoto, quindi scoramento e di nuovo indagini per arrivare al recupero finale. Speravamo ci facessero portare a casa le opere subito, non andò così, vi fu la mostra nel museo locale, ma alla fine, le opere le portammo a casa. Mi affezionai così tanto ai colleghi di lavoro che mi venne il magone a lasciarli, ma la soddisfazione del lavoro svolto è stata immensa. Ricordo le lunghe giornate all’estero, sempre in attesa», dice Bulgarini.

E sul fatto che lo chiamano “l’eroe di Castelvecchio“, un poco si schermisce: «Chi lavorava nel museo, i vari esperti e quelli con cui ho lavorato mi chiamano così lo so, e non nego che mi fa piacere. Quella è stata veramente un’operazione mondiale. Per il resto, sono felice e soddisfatto della carriera che ho avuto, ho fatto il mestiere più bello del mondo, divertendomi, facendo le attività che per me sono le più interessanti, cioè quelle di polizia giudiziaria», conclude Bulgarini.

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