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Le testimonianze

I soccorritori veronesi: «Quelle urla di terrore, poi la gioia negli occhi al nostro arrivo»

di Alessandra Vaccari
Dalla paura alle lacrime di riconoscenza di coloro che vengono aiutati: cè chi chiede di portare farmaci alla figlia malata, chi di salvare il cane
Operatori e mezzi alle prese con una centrale elettrica sommersa dall’alluvione
Operatori e mezzi alle prese con una centrale elettrica sommersa dall’alluvione
Soccorsi veronesi in Emilia Romagna

Sono tante le braccia veronesi che stanno aiutando dopo l’alluvione in Emilia Romagna. Una staffetta per salvare e preservare persone, case, territori. Le calamità hanno tante fasi, ed altrettante sfaccettature. Continua a muoversi la macchina dei soccorsi veronese composta da Protezione civile, Protezione civile Ana, Soccorso Alpino, Vigili del fuoco verso l’Emilia Romagna dove anche ieri dei soccorritori (non veronesi) hanno rischiato la vita durante un intervento in elicottero. Quattro le persone a bordo, che lavorano per una ditta privata. Due di loro sono stati ricoverati in gravi condizioni.

 

Pianificare i soccorsi

A seconda della fase dell’emergenza si spostano le specialità. Piccoli gruppi alla volta, con competenze specifiche. All'alba di ieri un'altra colonna mobile è partita dal comando dei vigili del fuoco di Verona alla volta delle aree alluvionate dell'Emilia Romagna. Ad integrare le numerose squadre veronesi presenti nella regione, si è aggiunto il personale specializzato nel movimento terra.

La squadra, composta da otto unità, con quattro automezzi (due trainanti rimorchio) porta con sé ruspa ed escavatore, oltre ad un fuoristrada. Per la durata della missione la squadra sarà autosufficiente anche per l'alloggio, in quanto dotata di uno specifico mezzo furgonato allestito a tale scopo.

L’alluvione in Emilia Romagna è stata violenta e imprevedibile se si considera che sono esondati fiumi di portata limitata, diventati improvvisamente enormi. Dall’acqua si è passati al fango, dal fango alle buche, al ripristino, per questo l’emergenza viene modulata a seconda di quello che serve, cambiando i volontari e i professionisti. Sono tante le storie da raccontare, anche se per questi uomini che sono andati ad aiutare o stanno ancora aiutando, l’eccezionalità dei loro racconti sembra essere la normalità. Eppure, magari nei prossimi giorni, quando tutto sarà più calmo, i ricordi riaffioreranno e con loro il groppo in gola.

 

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Un lavoro di squadra

«Quando noi operiamo, operiamo e basta. Siamo concentrati sul lavoro e su quello che possiamo e dobbiamo fare», dice un vigile del fuoco. Non vuole apparire sul giornale perchè, dice, «inutile mettere i nomi, noi operiamo in squadra, quindi non è giusto che qualcuno appaia e altri che magari hanno un ruolo diverso, non a contatto con la popolazione non appaia. Noi siamo i Vigili del fuoco di Verona, e basta. Senza nome».

 

I salvataggi, la paura, le lacrime di gioia

Eppure lui si emoziona a raccontare di una donna che gli si è avvicinata l’altro giorno, a Faenza, mentre stavano per ritornare a Verona e gli ha detto: «La sua faccia io non me la dimenticherò per tutta la vita». Per lei, quel pompiere resterà per sempre quello che ha parlato con il suo anziano genitore e sua figlia che era andata a trovarlo. «La nipote ventenne era andata a trovare il nonno ed era rimasta bloccata da lui con l’acqua che stava travolgendo tutto. Era in preda ad un attacco di panico, urlava al telefono che sarebbe morta a vent’anni con il nonno. La madre era venuta a chiedere aiuto al nostro comando locale. Ho parlato con la ragazza al telefono, ho cercato di tranquillizzarla, le ho detto di mettere stracci alle porte, ma lei urlava che se li portava via l’acqua. Allora le ho detto di sistemare delle sedie sopra al tavolo e di mettersi sopra, che nel frattempo noi saremmo arrivati. Piano piano, sentendo che le si indicava quali gesti compiere si è messa tranquilla e poi i colleghi sono andati a prendere lei ed il nonno», racconta il pompiere.

Così come la felicità negli occhi di una donna, bloccata nella sua casa, sempre nella zona di Faenza (i nostri pompieri avevano quella zona assegnata), che soffrendo di diabete aveva finito l’insulina e rischiava una crisi glicemica. «È venuto il padre alla nostra Unità comando locale, a chiederci aiuto. La signora era al secondo piano, quindi non in pericolo immediato, ma attorno alla casa c’erano 70 centimetri d’acqua, non aveva farmaci, così il padre ci ha consegnato l’insulina, con il ghiaccio e gliela abbiamo portata. Che gioia nei suoi occhi quando ci ha visti!», racconta il vigile del fuoco. Colleghi che facevano la spola con il gommone, colleghi in acqua con la muta e civili sul gommone, che spesso veniva attaccato ad una corda per resistere alla corrente.

 

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La cagnolina rimasta sola in casa

E ancora: «Due giorni prima avevamo recuperato una cagnolina rimasta in casa da sola. Avevamo portato via i familiari», dice il vigile del fuoco, «nella prima fase pensi a salvare le persone. Il cane era rimasto in casa. Il proprietario è venuto a chiederci se avevamo il tempo di andare a recuperare il cane, e così siamo andati. La cagnolina era agitata, l’abbiamo calmata, poi siamo riusciti ad avvicinarla e a portarla al suo padrone».

Aggiunge il vigile: «Abbiamo tutti compiti diversi, qualcuno non è a contatto con la popolazione, coordina, lavora, altri invece lo sono, e sono quelli che portano a casa tante emozioni, ma il lavoro è fatto dalla squadra. Lo sottolineano anche Andrea De Beni (capogruppo squadra Medio lago) e Paolo Dindo (capogruppo Basso lago), entrambi PC Ana.

Loro erano nella zona di Medola: «Stavamo guadando il fiume per tornare a Forlì», dicono i due volontari della Protezione civile Ana, «e abbiamo visto due ragazzi che stavano camminando con l’acqua ormai alla vita. Li abbiamo tirati su e portati in salvo, non credo ce l’avrebbero fatta, tra fatica e freddo, ma anche con la corrente del fiume». Loro come gli altri raccontano fatti eccezionali con naturalezza. Ma i loro volti resteranno per sempre impressi negli occhi e nell’anima dei sopravvissuti.

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