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Lo scandalo dell'istruttore di sci

La chat della vergogna: foto di fidanzatine seminude e apologia del nazismo. E il coach: «Meno male che non siete fr...»

Nuovi particolari dell'indagine per la quale è indagato un istruttore di sci di fondo che ha lavorato a Verona

Sospeso per sei mesi, e quando lo scandalo è saltato fuori, ovvero quando un genitore lo ha denunciato, lui ha salutato le promesse azzurre dello sci da fondo con un messaggio dal contenuto greve, «gravemente censurabile» come lo ha definito il tribunale federale.

Quando ha saputo di essere stato segnalato ai vertici della Federazione, ha definito «borderline» la sua presenza all’interno della chat e rassicurato i ragazzi: «Non ce l’ho con nessuno». Compiaciuto perché gli atleti sono «ammalati di f...» e non «una manica di fr.. malati buonisti pro comunisti, ebrei» e persone di colore. Ma usa un termine diverso. Dispregiativo. Poi augura a tutti di finire bene le gare perché alla fine «andiamo a fare caccia grossa».


Come stanno andando avanti le indagini

Ognuno per le proprie competenze. Così se l’istruttoria del tribunale sportivo federale, dopo aver ricevuto a metà gennaio dalla Procura scaligera il dossier sulla chat «della vergogna», è stata rapida e si è conclusa poco più di un mese dopo, i tempi della giustizia ordinaria sono diversi.
Perché ad essere prese in considerazione non sono tanto le violazioni dei principi sui quali si regge la disciplina sportiva (lealtà, correttezza e probità) ma i comportamenti penalmente rilevanti.
Lo scambio via WhatsApp è durato pochi mesi, dalla fine del 2022 alla primavera 2023, l’allenatore ha fatto in tempo a gioire dei successi della sua squadra di fondo ai campionati italiani dove il Veneto ha fatto incetta di medaglie prima di essere sostituito.
Perché all’interno di quella chat non c’erano solo incoraggiamenti a migliorare le prestazioni sportive o comunicazioni organizzative. I contenuti sarebbero decisamente sgradevoli. Pesanti.

Le foto in chat

Uno degli atleti, sentito dal tribunale federale il 19 febbraio, si è scusato: «Sono rimasto nel gruppo whatsapp esclusivamente per accertarmi che non venissero pubblicate foto di mia sorella».
Già, qualcuno ha condiviso le immagini della fidanzatina, quelle destinate a restare private. La condivisione di foto e video di ragazzine minorenni che indossano biancheria intima o nude negli spogliatoi è reato, la giustizia sportiva non lo ha rilevato, quella ordinaria potrebbe farlo. Così come è reato la violazione della privacy o l’istigazione all’odio razziale piuttosto che il revenge porn, figura introdotta nel 2019 con il cosiddetto «codice rosso».
L’allenatore di sci da fondo, un passato da skiroller e appartenente all’esercito (per questo la documentazione è stata comunque acquisita anche dalla Procura militare) non ha scoraggiato atteggiamenti sessisti, anzi.
Lui stesso ha fotografato il fondoschiena di una atleta e lo ha postato dicendo di aver fatto la sua parte.

Chi poteva entrare in chat

Non tutti erano ammessi alla chat, la procura federale ha individuato 15 utenti, due dei quali minorenni, che hanno avuto un ruolo peggiore degli altri visto che sono stati ritenuti responsabili della diffusione di foto e video porno ma anche di apologia del fascismo, nazismo e razzismo.

Per entrambi il tribunale federale ha disposto la squalifica (uno per un mese e l’altro per un mese e 10 giorni). A presentare la richiesta del ragazzino nel novembre 2022 era stato un atleta: «Ha detto che se lo mettiamo dentro manda un sacco di foto». Il minore fu ammesso ma se non avesse mantenuto l’impegno «sarebbe stato buttato fuori». A inizio 2023 posta le immagini di una ragazzina semi nuda: «Occhio a non farle girare che poi non me le manda più». Erano destinate solo a lui. E le ha messe alla mercé degli altri.


Non solo sport

Nel fascicolo aperto dal pm Federica Ormanni, l’allenatore risulta indagato sempre per colpa di una foto fatta a una collega, anch’ella appartenente all’esercito. L’ha immortalata di nascosto con un paio di leggins, di spalle, ma identificabile da una serie di particolari.

E l’ha diffusa violandone la privacy. Poi c’è il resto, il contenuto della chat ma non di tutti gli scambi perché non è escluso che in molti abbiano «bonificato» il telefono. La polizia giudiziaria ha lavorato su una parte dei dialoghi, sufficiente comunque per delineare eventuali responsabilità. .

 

Fabiana Marcolini

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