<img height="1" width="1" style="display:none" src="https://www.facebook.com/tr?id=336576148106696&amp;ev=PageView&amp;noscript=1">
legnago

Addio a Emiliano, il pugile che salvava i ragazzi. Raccolta fondi per aiutare la sua famiglia

di Daniela Andreis
Emiliano Demori, 46 anni, di Angiari, è morto di tumore lottando fino all’ultimo per i due figli e per i ragazzi con problemi. Funerale affollatissimo a Casette di Legnago
Emiliano Demori, 46 anni, pugile e padre di due bambini, è morto per un tumore
Emiliano Demori, 46 anni, pugile e padre di due bambini, è morto per un tumore
Emiliano Demori, 46 anni, pugile e padre di due bambini, è morto per un tumore
Emiliano Demori, 46 anni, pugile e padre di due bambini, è morto per un tumore

Una cosa è certa: morendo, Emiliano Demori, 46 anni, di Angiari, ha mandato una luce abbagliante. È la parola luce, infatti, quella che usa più spesso la moglie Sabrina dopo i funerali del marito che si sono tenuti sabato a Casette di Legnago, dove vivevano tantissimi suoi amici di infanzia.

Amici che hanno fatto partire una raccolta fondi per aiutare la sua famiglia in questo momento delicato, con due bambini rimasti orfani, Leonardo, 11 anni, e Arianna, 9.

«Mi arrivavano, e mi arrivano, fasci di luce, una scoperta continua di chi fosse veramente Emiliano. Certo, lo conoscevo, sono stata con lui 16 anni. Ma in chiesa si sono presentate tantissime persone, tutte per ringraziarlo per quello che aveva fatto per loro. Mi sono meravigliata perché lui era uno che taceva. Faceva e taceva. E ha fatto tanto», dice Sabrina.

La malattia

Emiliano è morto di tumore, un male contro il quale ha lottato per quattro anni. E lotta, pur se parola abusata, è il termine giusto perché il giovane papà «voleva vedere crescere i suoi figli», dicono gli amici. Così ha tenuto duro, senza mai lamentarsi, quasi oltre i limiti sopportabili, tanto da indurre i suoi medici a chiedersi come facesse ad andare avanti con quel dolore. Quanto dolore, non si sa. La domenica prima di andarsene - mercoledì 8 maggio - ha assistito alla comunione di sua figlia Arianna, 9 anni. Solo dopo, come ha voluto, Sabrina che è infermiera, ha aperto la posta con la diagnosi defintiva: sarebbero stati gli ultimi giorni per suo marito e per quel papà tanto amato. E la morte è arrivata. Ma lui e la moglie avevano preparato i bambini ed anche loro erano pronti, pur se è difficile da comprendere con la sola ragione.

«Salutatelo bene, ho detto loro. Poi li ho portati a scuola come tutti i giorni», racconta Sabrina, «Arianna, a tavola gli aveva chiesto nei giorni precedenti cosa volesse che facesse da grande: Emiliano le ha risposto che avrebbe potuto fare tutto, ogni cosa le fosse piaciuta». «Ho finito le lacrime», ha confessato il figlio Leonardo ai funerali, ma sui social ha già dato appuntamento a suo papà, quando sarà, per un round di pugilato.

Le passioni

Due erano le passioni ma mille gli interessi, di questo «Leonardo Da Vinci», come lo chiamano gli amici: lavorare il legno, era ebanista, e lo sport, la nobile arte del pugilato. Non gli bastava sapere fare le cose, le doveva approfondire, sviscerarne i segreti. Coi primi soldi per la macchina, si era comprato quattro volumi su Da Vinci, il suo ispiratore nella vita. Oltre ad eccellere nell’ebanisteria, tanto da aver inventato un modo per rendere malleabile il legno, sapeva andare col kajak, insegnava pugilato all’Accademia Pugilistica veronese di San Giovanni Lupatoto, suonava il contrabbasso, coltivava l’orto ed estraeva dalle erbe gli olii officinali, dipingeva, sapeva cucire a macchina: guantoni e sacchi per il ring se li faceva a mano.

Aveva allestito una palestra dal niente, sistemando un vecchio deposito agricolo. Quando non ha potuto più lavorare come ebanista, si è dato anima e corpo ai suoi figli e ai ragazzi della cooperativa sociale Aretè, di San Pietro di Legnago. Ai responsabili, straziati e increduli, non pare possibile: «Lo guardavamo dalle finestre della corte allenare tanti giovani tolti dalla strada, sempre all’aperto, in estati afose e inverni rigidi. Ora sappiamo di preciso dove stai allenando e indossi un paio di guanti bianchi».

Per quei giovani, Emiliano aveva gettato il cuore oltre l’ostacolo: li ha visti maturare una coscienza nuova, li responsabilizzava portandoli nelle scuole a far vedere ai coetanei cosa avevano imparato e a portare loro messaggi di fiducia e speranza. «Diceva che con la mente possiamo tutto», riprende Sabrina, «così credo che abbia resistito tanto grazie a questo e al suo cuore. Senza lezioni, senza parlare oltre il dovuto, ci ha preparati a questo momento. Mi diceva che ero forte e trasparente. Non possiamo tradire tutta la fiducia che aveva e che elargiva». Perché Emiliano alla vita ha creduto fino in fondo.

Suggerimenti