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24.11.2019

«Vivere tra gli scontri a Hong Kong»

Luca Venturelli, 28 anni, dal balcone della sua casa a Hong Kong Tutti i giorni ci sono parecchi disagi a causa degli scontri
Luca Venturelli, 28 anni, dal balcone della sua casa a Hong Kong Tutti i giorni ci sono parecchi disagi a causa degli scontri

La violenta rivolta di Hong Kong, iniziata lo scorso giugno, ha riportato in primo piano la città asiatica segnandone una delle sue pagine più cruente. Oltre ai residenti, però, le sta vivendo in prima persona anche chi dall’Italia, e più precisamente da Villafranca, è partito in cerca di un futuro di successo. La finestra di casa di Luca Venturelli, 28 anni, trapiantato proprio a Hong Kong da sette mesi, si affaccia sempre più spesso sulle manifestazioni di protesta dei giovani di quella città che lottano e protestano contro le ingerenze del governo cinese. Anche dove vive, a Causeway Bay, ci sono vetrine sfasciate e incendi appiccati in piena notte. Atmosfera frequente che fa da sfondo ad una città irriconoscibile da settimane. Venturelli è arrivato a Hong Kong a fine aprile scorso. Lì fa il «receptionist manager» in un ristorante famoso del centro. Gestisce le prenotazioni e coordina il personale che accompagna i clienti ai tavoli. EX STUDENTE DEL MEDI. Diplomato al liceo Medi di Villafranca ha trascorso un anno in Florida prima di trasferirsi a Londra. Nella city ha fatto tappa per sei anni, fino a quando non si sono aperte le porte per l’oriente. Il visto che ha in tasca è valido per due anni, ma precisa: «Questa non sarà la mia meta definita. Bisogna vedere come evolve la situazione, se continua così è davvero difficile continuare per i prossimi quindici mesi». ANSIA COSTANTE. Qui è diventato difficile vivere serenamente anche perché», spiega Venturelli, «nei mesi scorsi, si sapeva quando queste manifestazioni iniziavano e quando finivano. Si sapeva che si svolgevano soprattutto nel fine settimana. Da qualche tempo a questa parte, invece, ogni giorno è buono. Non c’è preavviso e tutto può cambiare nell’arco di un quarto d’ora». Uno stato d’ansia costante. Ed è proprio la quotidianità ad essere minata. «Ci sono giorni in cui la metropolitana viene chiusa. Se si vuole prendere il bus, quando il servizio è garantito, ci sono code chilometriche», racconta al telefono dalla metropoli asiatica. «Ma anche strade intere e negozi vengono chiusi. E a volte diventa impossibile comprare anche una bottiglietta d’acqua», prosegue. I pericoli, anche se non è mai stato un militante, sono sempre dietro l’angolo. Letteralmente. «Un giorno», racconta, «sono sceso dalla metropolitana per tornare a casa dopo il lavoro. Salito dalle scale che portano in strada mi sono ritrovato nel bel mezzo della rivolta. C’era gente che scappava ovunque rincorsa dalla polizia. Non ho mai visto niente del genere», continua. Parte del popolo dell’ex colonia britannica (ci vivono più di sette milioni di persone) ha iniziato a ribellarsi lo scorso 9 giugno. Migliaia di persone erano scese in strada per dire no ad una nuova legge che permette a Pechino di processare nei suoi tribunali chi ha commesso reati proprio ad Hong Kong. L’ingerenza cinese era prima stata accolta con una marcia pacifica ma, anche se nel frattempo il disegno di legge non è stato approvato, la miccia accesa è stata il là per proteste sempre più violente. «Il motivo principale», prosegue Venturelli, «mi spiegano anche i miei colleghi è l’autonomia dalla Cina a tempo. Nel 2047, infatti, scadrà e non vogliono le limitazioni che ora vive il popolo cinese». Tema legato a doppio filo anche alla richiesta di elezioni libere. Il bilancio, a cinque mesi dall’inizio della rivolta, è tragico: 2.500 feriti, 2 morti e più di 3mila arrestati. «Qui per giorni e giorni chiudono le scuole. Ma anche gli uffici. È difficile avere una quotidianità. Alcuni colleghi non riescono nemmeno a venire a lavorare», ripete. «Anche davanti al mio ristorante, nel cuore della città, a Central, ci sono state sere in cui la polizia per disperdere i manifestanti ha lanciato i lacrimogeni». INSTAGRAM. Su Instagram cerca di raccontare a suo modo quello che sta vivendo dall’altra parte del mondo. Pubblicando, quando possibile, foto e brevi filmati: «Quella volta, quando sono uscito dalla metro, ho tirato fuori il cellulare, ma mi tremava anche la mano». Conclude confessando di non avere paura: «Non voglio che quello che sta capitando qui influisca sulla mia vita privata e sulla mia esperienza a Hong Kong». •

Nicolò Vincenzi
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