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29.03.2020

Medici e infermieri in prima linea senza mascherine e tamponi

Medici e infermieri in prima linea contro il coronavirus
Medici e infermieri in prima linea contro il coronavirus

 

Sono ancora pochi gli operatori sanitari di Borgo Roma e Borgo Trento ad aver fatto il tampone per il Coronavirus: solo 1.778 sul totale di 5mila dipendenti. Di questi, 128 sono risultati positivi: 45 medici, 38 infermieri, 14 Oss e 31 amministrativi.

Nessuno in rianimazione - cioè con forme gravi di polmonite come quelle che hanno ucciso 51 dottori in tutta Italia - solo alcuni hanno avuto bisogno di essere ricoverati, i più sono curati a casa, in isolamento fiduciario.

 

Anche all’Ulss 9 Scaligera (che gestisce gli ospedali della provincia) lo screening ha riguardato solo una parte dei 5.463 lavoratori, con risultati simili a quelli della città: dai 1.536 test eseguiti sul personale in corsia è risultato che 82 hanno contratto il virus, 29 nei distretti del centro e dell’est, 21 in quello di Legnago e 32 a Bussolengo, quasi tutti seguiti a domicilio, solo 3 su un letto di Malattie infettive.

Il problema del monitoraggio di medici ed infermieri, quindi, c’è. Chi è in prima linea a curare la gente, non è oggetto dei tamponi «a tappeto» garantiti dal presidente Zaia. Né è messo nelle condizioni - soprattutto è successo all’inizio dell’epidemia - di tutelarsi con i dispositivi di difesa personali, le tanto ricercate mascherine, diventate introvabili e oggetto anche di razzie incontrollate.

 

«Tutto vero, le capo sala dei reparti ora le hanno sotto chiave e le consegnano centellinate, soprattutto quelle con i filtri, le più efficaci per proteggersi dai pazienti Covid-19: ne vanno via tutti i giorni quantità industriali e bisogna farne economia, sono introvabile ma per noi indispensabili».

A raccontare l’emergenza è la dottoressa Anna Tomezzoli, responsabile di Anatomia patologica dell’Azienda ospedaliera e membro del direttivo nazionale di Anaao (il sindacato dei medici dirigenti). «Camici bianchi, infermieri e Oss avrebbero già dovuto essere sottoposti all’esame proprio per garantire, oltre che la propria incolumità, soprattutto quella delle migliaia di persone con cui entrano in contatto ogni giorno in ospedale. Farebbe eccome la differenza, ad esempio», continua, «scovare gli asintomatici che sono al lavoro diventando pericolosissimi veicoli di contagio».

«Prima si intercettano», interviene il dottor Flavio Guerrazzi, segretario della stessa Anaao in Azienda ospedaliera, «e prima si riducono i casi di positivi che continuano a salire anche per questo, perché non si sa effettivamente chi del personale è un portatore della Sars-Cov2. Naturalmente in questo momento di emergenza sanitaria è inutile fare polemica e puntare il dito, ma di sicuro un po’ di confusione, soprattutto nelle prime fasi della diffusione dell’infezione, c’è stata. Sembrava bastassero le mascherine chirurgiche, anzi, qualcuno di noi andava anche senza rispettando solo il droplet, la distanza di sicurezza, e quella è stata una bomba che poi è esplosa facendo tanti feriti proprio tra i sanitari. Stiamo vedendo adesso che c’è stata troppa leggerezza rispetto alle doverose cautele da prendere».

 

«Lo stesso ragionamento va fatto per i Dpi, i dispositivi di protezione individuale», riprende la dottoressa Tomezzoli, «sono pochi, veramente contati, alcuni colleghi tengono la stessa mascherina chirurgica per due giorni perché non c’è modo di averne di nuove. Naturalmente quelle con i filtri, che sono le uniche a garantire il vero effetto barriera, sono garantite ai colleghi addetti ad assistere i pazienti positivi, ma tutti gli altri che stanno nei laboratori o in reparti non-Covid non hanno la stessa fornitura. Storia che si ripete per i tamponi», sottolinea Tomezzoli, «la precedenza ce l’ha chi è più esposto, chi ha a che fare con gli infetti e, naturalmente, ha un canale privilegiato chi manifesta i sintomi: se un collega ha la febbre e la tosse, viene sottoposto a tampone anche se non lavora nei reparti altamente a rischio come le malattie infettive o la rianimazione».

I numeri forniti dal sindacato Anaao fotografano l’enorme consumo di materiale protettivo nei due ospedali dell’Azienda ospedaliera: 11mila mascherine chirurgiche al giorno, 2.800 di quelle Ffp2-Ffp3 con i filtri, 5.500 camici idrorepellenti. «I magazzini si svuotano in fretta», confermano i due rappresentanti sindacali, «nei reparti il materiale è chiuso a chiave e distribuito con grande attenzione. La situazione è preoccupante: in Italia sono quasi 6.500 gli operatori ospedalieri contagiati, più di 50 medici hanno già perso la vita. Forse si poteva evitarlo mettendoli nella situazione di lavorare senza correre rischi».

 

 

 

L'URLO DEGLI INFERMIERI: «DATECI PIU' PROTEZIONI»

Sono in prima linea, ma spesso hanno la sensazione di dover combattere a mani nude contro un nemico subdolo e invisibile. Sono le infermiere e gli infermieri. Oltre a quelli che lavorano nelle terapie intensive e nei reparti di malattie infettive, ce ne sono molti altri che operano nelle strutture ospedaliere a garantire i servizi sanitari. Insieme ai medici, sono i più esposti, dal momento che ogni paziente può essere un “positivo“.

E contro il contagio spesso devono difendersi con mezzi inadeguati. «Se perdiamo gli infermieri è una catastrofe, non possiamo certo sostituirli con dei geometri.

Insieme ai medici sono i primi a dover essere tutelati ed è questo che chiediamo a gran voce», esclama Giovanni Zanini, segretario generale della Cisl-Funzione pubblica ed egli stesso infermiere. «Il problema principale», aggiunge, «è avere le dotazioni per lavorare in sicurezza, mascherine adeguate soprattutto, mentre ora le disposizioni sono quelle di usare la stessa per l’intero turno, non tenendo conto che dopo alcune ore perdono la loro capacità protettiva. Chiedono», continua il sindacalista, «di non essere abbandonati perché infermiere e infermieri sono i primi a esporsi, sono abituati a stare a contatto con chi soffre e sono disponibili a dare se stessi per vederli guarire.  Ma la cosa che più spaventa è non sentirsi sufficientemente protetti, sia per sé che per i pazienti. Basti pensare», allarga le braccia, «che fino a poche settimane fa i dipendenti ricevevano circolari nelle quali si chiedeva, anche a chi lavora nei front-office, di non mettere le mascherine “per non creare allarmismo tra gli utenti“».

 

Paolo Libero, coordinatore regionale delle professioni sanitarie della Cisl Veneto, parla di «situazione drammatica perché da quando è cominciata l’emergenza coronavirus c’è una carenza cronica di mascherine e di altri presidi che vengono centellinati. Se tutti, fin dall’inizio, fossero stati dotati di protezioni adeguate», afferma, «ora tra il personale sanitario che opera in prima linea avremmo pochi contagiati e invece l’Italia detiene un triste primato per quanto riguarda medici e infermieri... Ci hanno promesso che arriveranno forniture importanti, speriamo sia così perché la situazione è grave».

Libero parla anche di «ricadute a livello psicologico che tanti porteranno a lungo con sé perché chi è stato rilevato positivo al tampone, oltre alla preoccupazione per i familiari, avverte anche quella per eventuali altre persone che può aver contagiato».

 

Un altro punto dolente è quello dei tamponi. Anche qui l’impressione è che vengano fatti con il contagocce malgrado non siano pochi medici e colleghi trovati positivi.

«Stiamo spingendo affinché tutti gli operatori sanitari siano sottoposti a test, anche per non vanificare il lavoro fatto finora e mi chiedo: possiamo permettere che gli ospedali diventino focolai di contagio? Nessuno si è risparmiato, tutti hanno dato il massimo rimettendoci anche in salute, ma la sicurezza va garantita e anche per questo», sottolinea, «l’organizzazione sarebbe da ripensare: tamponi e cure andrebbero fatti a domicilio finché è possibile. Ma», conclude Libero, «il problema è stiamo combattendo un’epidemia che ci ha trovati impreparati. Alcune cifre? In Italia abbiamo cinquemila posti di terapia intensiva e in Germania 28mila. Da noi ci sono 5,5 infermieri ogni mille abitanti contro una media europea di 8,8. In Germania sono 12,9. Se poi aggiungiamo che l’Italia nella sanità investe il 9 per cento del Pil contro l’11,5 di Francia e Germania, e questo significa decine di miliardi in meno, non serve aggiungere altro... e ora lo stiamo pagando con il sangue»

 

Camilla Ferro - Enrico Santi
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