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30.07.2020 Tags: Villafranca di Verona

I misteri
della 'ndrangheta
in città

L'imprenditore Luca Cubi
L'imprenditore Luca Cubi

Ha già chiesto la revoca della misura cautelare dell’obbligo di firma. Luca Cubi la ritiene ingiusta. Il noto imprenditore, a capo di un’impresa produttrice di impianti elettrici con 176 dipendenti con sede a Dossobuono, dice di non c’entrare niente con ’ndrangheta e sistemi mafiosi. E chiede giustizia. Ad iniziare da settembre, dopo la pausa feriale, quando con ogni probabilità verrà discussa la sua richiesta di revoca del provvedimento cautelare. Fino a quel giorno, però, per Cubi resta l’obbligo di presentazione quotidiana nella caserma dei carabinieri. Un bel rompicapo quello che si presenterà ai giudici del tribunale se e quando ci sarà un processo. Già, perché l’ordinanza del gip di Venezia Francesca Zancan e, soprattutto, la voluminosa documentazione della procura Distrettuale anti mafia parla di ’ndrangheta (anche se Cubi non ha l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso), estorsioni e furti, finalizzati ad agevolare «il progetto del sodalizio ’ndranghetistico», riporta l’ordinanza.

 

OPERAZIONE TAURUS. Il noto imprenditore villafranchese è coinvolto con un’altra settantina di indagati di cui 33 arrestati e sette sottoposti all’obbligo di firma nell’operazione anti ’ndrangheta Taurus, svolta dai carabinieri del Ros coordinati dal pm veneziano Patrizia Ciccarese. Si tratta di una maxi inchiesta nella quale, a parere dell’accusa vengono ripercorsi dieci anni di attività della cosca di ’ndrangheta legata ai ceppi famigliari Gerace, Albanese, Napoli e Versace nella nostra provincia. Le accuse, a seconda degli indagati, sono tantissime e vanno dalle estorsioni, ai furti, all’intestazione fittizia di beni, allo spaccio di enormi quantitativi di stupefacenti per finire con la false fatturazioni e truffa ai danni dell’Inps. Un’indagine enorme, sviluppatasi in tutta la nostra provincia che è al centro dell’inchiesta. Basta pensare che su 271 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare ben 55 sono occupate da 119 capi d’imputazione per altrettanti episodi, considerati delittuosi, avvenuto dal 2010 ad oggi. Nel provvedimento del gip Zancan, il nome di Luca Cubi appare in due capi d’imputazione come indagato mentre in altri due viene indicato come vittima di un ricatto.

 

ESTORSIONE. Nel primo episodio, Cubi, difeso dall’avvocato Alessandro Avanzi è indagato per estorsione con Francesco Versace, Domenico Napoli, Antonio Giardino e Michele Pugliese. Tutto inizia dal desiderio dell’imprenditore villafranchese di acquistare, un’auto prototipo Buggy Racing costruito da un artigiano vicentino nel 2013. Tra i due si chiude un contratto per l’acquisto pari a 95.000 euro. La situazione, però, precipita e l’auto non viene consegnata. Cubi, addirittura, vede l’auto ordinata al vicentino in vendita su un sito. L’imprenditore, a parere dell’accusa, si sente truffato e spedisce in officina nel Vicentino Napoli e Giardino a far valere le sue ragioni con minacce e violenze. Successivamente, Cubi manda anche Michele Pugliese che, con Antonio Giardino, «simula l’intenzione di subentrare nella proprietà dell’autoveicolo all’evidente scopo di intimorire il costruttore, costringendolo ad ultimare i lavori», riporta il capo d’imputazione. L’imprenditore sostiene di non essere mai stato a conoscenza che gli altri indagati, si fossero interessati della sua contesa con l’artigiano e rivela di aver presentato una denuncia per truffa a carico del vicentino.

 

FURTO. Luca Cubi è accusato insieme tra gli altri a Giuseppe e Danny Versace, anche di un maxi furto di materiale ferroso nell’area industriale dell’ex Fs di San Pancrazio, avvenuto nel luglio del 2011 per un valore di 270.000 euro. La procura della Dda sostiene che poi lo stesso imprenditore ha incassato 70.000 euro. Anche in questo caso, la difesa di Cubi replica che l’imprenditore non ha violato alcuna norma, adeguandosi ad un contratto d’appalto con la ditta proprietaria dell’area. La società del villafranchese era stata incaricata di realizzare alcune opere in occasione dell’iniziativa «Reload».

 

IL RICATTO. Più complessa la situazione per Cubi in un capitolo che riguarda un’estorsione. A parere dell’accusa, Giuseppe, Francesco e Diego Versace insieme ad Antonio Giardino e Domenico Napoli avrebbero costretto, «esercitando il potere intimidatorio derivante dal vincolo associativo...criminale», il villafranchese a dare in appalto ad un’impresa di Diego Versace l’incarico di affissione degli avvisi di sospensione dell’erogazione dell’energia elettrica per conto dell’Enel. In più sostiene l’accusa, Cubi avrebbe assunto tre componenti della famiglia Versace nella sua azienda sempre dietro minacce e violenze. Avrebbe fornito anche le garanzie per un prestito poi corrisposto a Francesco Versace. Un capo d’imputazione, però, stroncato dal gip. «Alla luce delle conversazioni captate e, soprattutto, dalle dichiarazioni rese davanti alla polizia giudiziaria dallo stesso Cubi», si legge nel provvedimento, «il rapporto tra gli indagati e il villafranchese non pare basato sull’intimidazione bensì sulla libera decisione del Cubi di associarsi con tali soggetti ben consapevole della caratura criminale». Lo avrebbe fatto, conclude il gip «per ottenere egli stesso una serie di vantaggi».

Giampaolo Chavan
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