Via chiusa, negozianti in ginocchio

Da sinistra Mario Graziano Turrina, Gloria Turrina e Mirella Pienzi FOTO PECORA
Da sinistra Mario Graziano Turrina, Gloria Turrina e Mirella Pienzi FOTO PECORA

Doveva essere una prova: qualche mese per capire se la chiusura di via Ospedale, proprio davanti al Magalini, fosse o meno la scelta giusta per la viabilità di Villafranca. A distanza di poco, però, arrivano le prime lamentele perché la strada, troncata in due da new jersey in cemento, blocca completamente il passaggio. E così le attività vicino al Magalini soffrono. Soprattutto il bar e la tabaccheria di fronte che pagano anche lo scotto di un ospedale tragicamente chiuso per far fronte alla pandemia. Il giro di persone è praticamente azzerato da quando la struttura, ormai dalla scorsa primavera se non per qualche finestra estiva, ha ridotto all’osso le prestazioni sanitarie. Se a questo si aggiunge che il traffico è praticamente nullo diventa difficile tenere aperto. Mirella Pienzi e Maria Gloria Turrina, titolari rispettivamente del bar e della tabaccheria che si affacciano sul Magalini, hanno infatti visto diminuire di parecchio l’afflusso nei loro negozi. «Il problema in questa via», spiega Pienzi, «c’è da molto tempo. Soprattutto per il traffico, è vero, ma le soluzioni potevano essere molte altre». La scelta dall’amministrazione risale al novembre scorso quando è stato chiuso il passaggio per chi da sud, e quindi dalle frazioni di Quaderni e Rosegaferro, si dirige verso il centro e viceversa. In questo modo si è creato davanti al Magalini un transito di auto limitatissimo e solamente dedicato all’ospedale. «Da quando è bloccata la strada», continua la barista, «abbiamo perso gran parte della clientela di passaggio. Non si ferma nessuno perché per andare in centro si fanno altre vie». Se si aggiunge il difficile periodo, la scelta di tener le serrande abbassate per un mese intero vien da sé. «Oggi (ieri per chi legge, ndr)», aggiunge Pienzi, «è il primo giorno che lavoriamo. Abbiamo tenuto chiuso, anche se avremmo potuto sfruttare l’asporto, perché non aveva senso, in queste condizioni, tenere il bar aperto». Nella stessa situazione c’è la tabaccheria e ricevitoria a fianco. Qualche anno fa, nella via, erano state raccolte firme per chiedere che venissero installati dossi artificiali. Allora si voleva limitare le corse delle auto sul lungo rettilineo. La risposta era stata «no» perché da lì passano molte ambulanze: caso chiuso. «Abbiamo superato gli anni in cui, dopo l’incendio, l’ospedale era chiuso. Ma adesso è molto più difficile», dicono. Il disagio riguarda almeno un’altra attività nei paraggi. C’è poi una questione viabilistica. Gli stalli, sia quelli nuovi sia quelli realizzati dopo la chiusura, sono quasi sempre occupati: «La gente passa ma solo per tornare indietro. Qui è quasi impossibile trovare posto», il commento sconsolato di Turrina. Un cartello, davanti all’ingresso dell’ospedale mostra i parcheggi nei paraggi. Sono quattro. Il primo è lì a due passi, ma per raggiungere gli altri tre - quello vicino al supermercato Martinelli (70 posti), realizzato da poco e gratuito, quello in zona Siena (35 posti), e quello di via Esperanto (altri 50) - è necessario fare inversione di marcia, tornare indietro, quando ormai si è già arrivati a destinazione. Nelle vicinanze non ci sono altre indicazioni. Le due titolari, quindi, lanciano un appello: «Chiediamo che venga riaperta la strada, vietando l’accesso ai mezzi pesanti, magari realizzando una rotonda». Di tutt’altro avviso il sindaco Roberto Dall’Oca che parla però di problemi, accennando alle difficoltà delle attività commerciali, reali: «Capisco il disagio, ma dopo le riunioni fatte abbiamo anche deciso di mettere degli stalli in più e imposto il disco orario valido un’ora per andare incontro pure a loro». «Per me», aggiunge, «è un provvedimento definitivo. Grazie alla chiusura della via abbiamo messo in sicurezza l’ingresso dell’ospedale, limitato il traffico di attraversamento, guadagnato stalli per disabili e donne incinte». «Per quanto riguarda la viabilità», conclude il sindaco, «credo sia solo questione di abitudine». •

Nicolò Vincenzi