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15.02.2020

Il giudice: «Sì all’anagrafe per le profughe»

Due ospiti di Casa Iride nella cucina dell’appartamento di Lugagnano gestito da Spazio Aperto
Due ospiti di Casa Iride nella cucina dell’appartamento di Lugagnano gestito da Spazio Aperto

Il Comune di Sona rigetta le domande di iscrizione anagrafica pervenute da parte di tre ospiti di Casa Iride, il centro di accoglienza per donne e bambini richiedenti protezione internazionale gestito a Lugagnano dalla Cooperativa Spazio Aperto, ma il tribunale di Verona gli dà torto. La decisione dell’ufficio anagrafe era motivata dal fatto che, secondo quanto normato dal decreto sicurezza, voluto dall’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini, il permesso di soggiorno non costituisce titolo per l’iscrizione nel registro dei residenti. L’ORDINANZA. Il tribunale, esprimendosi sul ricorso presentato dalle richiedenti asilo dopo il rigetto da parte del Comune, ha invece ordinato al sindaco Gianluigi Mazzi di accogliere la loro domanda, accordando loro di essere iscritte fra la popolazione residente. La prima ordinanza è datata 29 gennaio. A sostegno della propria decisione, il giudice ha rilevato che la «mancata iscrizione anagrafica incide su diritti aventi rilevanza costituzionale», dal momento che impedisce ad esempio di accedere alle misure di politica attiva del lavoro e di avere un valore isee per accedere alle prestazioni sociali agevolate. IL RICORSO. L’avvocato che ha firmato il ricorso, Fabrizio Ippolito D’Avino, nella sua argomentazione ha citato il Testo unico sull’immigrazione, che stabilisce che «le iscrizioni e variazioni anagrafiche dello straniero regolarmente soggiornante sono effettuate alle medesime condizioni dei cittadini italiani con le modalità previste dal regolamento di attuazione». L’avvocato ha pertanto sostenuto che, alla pari dei cittadini italiani, per essere iscritto nel registro anagrafico il richiedente asilo debba presentare un documento di riconoscimento, sia pure diverso dal permesso di soggiorno che viene escluso dal decreto sicurezza, e che tale documento di riconoscimento possa essere rappresentato dall’attestato nominativo allegato al modello C3 (il verbale con le dichiarazioni delle persone richiedenti protezione internazionale in Italia) redatto in questura. Secondo quanto sostenuto nel ricorso, qualora il decreto sicurezza venisse interpretato «nel senso che solo ai richiedenti asilo, benché regolarmente soggiornanti, viene impedita l’iscrizione nei registri anagrafici» si verificherebbe una discriminazione incostituzionale: tale interpretazione infatti non sarebbe compatibile con i principi costituzionali di uguaglianza. La portata normativa del decreto sicurezza consisterebbe quindi «tutt’al più nel non ritenere sufficiente il solo permesso di soggiorno per richiesta asilo ai fini dell’iscrizione nell’anagrafe della popolazione residente», mentre risulterebbe necessario «che venga comprovata l’abituale dimora di fatto nel Comune e l’intenzione di fissarvi la propria residenza». LA RESIDENZA. Nel caso in questione, le tre donne che hanno presentato richiesta di iscrizione anagrafica risiedono in modo stabile presso Casa Iride, nella frazione di Lugagnano. Dopo aver accolto il primo ricorso, il tribunale di Verona ha emesso, nei giorni successivi, ordinanze analoghe anche per gli altri due, esprimendosi in linea con la giurisprudenza maggioritaria: anche altri tribunali, come ad esempio quelli di Firenze, Bologna, Ferrara e Genova, erano infatti arrivati alla stessa conclusione. I DUBBI. Il sindaco Gianluigi Mazzi prende atto della decisione, esprimendo la sua perplessità circa una legge che, a suo parere, non è chiara, dato che i tribunali la interpretano in maniera diversa rispetto alle anagrafi dei Comuni: «Le ordinanze mostrano che il decreto sicurezza, che l’anagrafe di Sona ha applicato, trova i giudici contrari. Per me non è una questione politica, tanto più che io sono favorevole all’iscrizione. Il punto è che io da sindaco sono un uomo dello Stato; però, se nel momento in cui applico le leggi ricevo un’ordinanza ad agire in senso contrario, allora c’è qualcosa che non funziona». PRIMO CASO. Quanto accaduto nel Comune di Sona costituisce il primo caso in Veneto, ma tutto lascia pensare che ne seguiranno altri, e all'anagrafe di piazza Roma arriveranno probabilmente anche altre richieste. «So già che ci saranno altri che chiederanno l’iscrizione nel registro anagrafico», afferma Mazzi, «quindi per evitare di andare di nuovo davanti ad un giudice dorò iscriverli io stesso, andando contro le norme dello Stato. Mi spiace che Sona sia il primo caso in Veneto, ma se questo serve a smuovere le cose, ben venga». Il Comune di Sona si è opposto al ricorso di due delle tre richiedenti asilo a cui l'anagrafe aveva rigettato la domanda di iscrizione anagrafica, mentre per la terza, dato l’orientamento giurisprudenziale sulla questione, ha rinunciato a spendere in avvocati ulteriori soldi pubblici. «Credo che sia la prima volta nella storia del Comune di Sona che capita un ricorso all’anagrafe», dice Mazzi, «non avevamo neanche i soldi a capitolo, e quindi abbiamo dovuto velocemente adeguarci a questa situazione. Opporsi ai ricorsi implica un esborso di denaro pubblico, quindi mi dispiace che i cittadini paghino per leggi che non sono chiare». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Federica Valbusa
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