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18.02.2020

Profughi assediati e insultati, 22 a processo

Il gazebo montato dal comitato Roncolevà alza la testa e lo striscione di fronte alla casa che accoglieva i profughi
Il gazebo montato dal comitato Roncolevà alza la testa e lo striscione di fronte alla casa che accoglieva i profughi

«Scimmie», «sporchi negri», «schifosi» e «schiavi»: erano solo alcuni degli epiteti, riportati nel capo d’imputazione, rivolti alla trentina di migranti da ventidue persone, aderenti a «Roncolevà alza la testa» e solo nel caso di uno degli imputati, Nicola Bertozzo, il comitato di «Verona ai veronesi». Per la responsabile della Cooperativa, incaricata dalla Prefettura di gestire l’ospitalità dei migranti, le offese erano ancora più volgari. Si andava, sostiene l’accusa, da «schiavista», a «sfruttatrice», «p..», «schifosa» e altri insulti relativi alla sfera sessuale ma qui irriferibili. Ecco qui uno spaccato di quei giorni d’estate di tre anni fa a partire dal 30 giugno 2017 avvenuto a Trevenzuolo, piccolo paese del Villafranchese con 2.770 abitanti dov’erano ospitati i profughi. IL PROCESSO. Un vero e proprio assedio a quel piccolo centro migranti, a parere dell’accusa, trasformatosi da oggi in un processo che inizierà in tribunale a Verona, davanti al collegio presieduto da Silvia Isidori. I ventidue imputati, quasi tutti residenti a Trevenzuolo oltre che ad Isola della Scala, Villafranca ed Erbè, devono rispondere di aver violato la legge Mancino (vedi box a fianco). PARTI OFFESE E CIVILI. Resta aperto il capitolo, invece, delle parti civili che sarà scritto solo nell’udienza di oggi. Non è escluso che in tribunale stamattina si presentino i legali di associazioni a difesa della tutela e della dignità dei migranti nel nostro paese. Il procuratore della repubblica, Angela Barbaglio ha indicato nel frattempo tre parti offese. Si tratta della responsabile della cooperativa oltre che la stessa società, la «Versoprobo» e di un imprenditore. Al cinquantunenne, alcuni degli indagati avevano impedito di svolgere lavori di recinzione della villetta dietro le loro minacce in quell’estate di tre anni fa. L’avvertimento era chiaro, riporta il capo d’imputazione: «Sappiamo chi sei, se accetti di fare il lavoro, ti bruciamo il furgone». LE AZIONI. Proprio al momento dell’arrivo della trentina di migranti, i ventidue imputati avevano piazzato un gazebo di fronte alla casa dov’erano ospitati. Era così scattata una serie di azioni di persecuzione, rivolta agli ospiti arrivati dall’Africa, tutti a parere, dell’accusa, improntati all’odio etnico e razziale. Il piccolo centro a due passi da Villafranca, sostiene l’accusa, era così diventato teatro di «una caccia all’uomo» dove chi aveva la pelle scura veniva seguito ogni volta che usciva dal centro. Inoltre, il gazebo era sistemato permanentemente davanti alla villetta a due piani, ospitante i migranti, in una sorta di controlli senza sosta di tutto ciò che facevano i giovani di colore oltre agli operatori della cooperativa. E, a parere della procura, la frazione di Roncolevà era diventata una sorta di terra di nessuno senza leggi. Lì c’era la libertà di insultare e danneggiare come avvenuto con il lancio di pietre alle auto agli operatori della cooperativa come riporta il capo d’imputazione. E ancora: «Indirizzavano fasci di luce laser», sostiene l’accusa «e di fari ad alta intensità in ore notturne attraverso le tapparelle dell’immobile». La serie di azioni continuavano con il «lancio di petardi e razzi luminosi contro operatori ed ospiti». Dalla strada di Roncolevà, partivano anche «frutta, bottiglie piene d’acqua e pietre contro le auto degli operatori», riporta il capo d’imputazione. INSEGUITA E MINACCIATA. Che l’obbiettivo dei ventidue non fosse rivolto solo verso chi era ospitato in quella villetta, lo dimostra anche un’altra accusa riportata nel capo d’imputazione: «Inseguivano, pedinavano, minacciavano la responsabile della cooperativa mentre usciva dall’immobile», costringendola a tornare poi sui suoi passi. Solo oggi si scoprirà se la ventinovenne, presa di mira dagli esponenti del gruppo «Roncolevà alza la testa» si costituirà parte civile per chiedere il risarcimento dei danni della loro condotta intimidatoria. La giovane, peraltro, è già stata indicata come testimone proprio dall’accusa così come l’imprenditore costretto a rinunciare al lavoro in quella casa, a causa delle minacce degli aderenti all’associazione di stampo razzista così come sostenuto dal Procuratore della repubblica. Tra i testi, chiamati dal procuratore della repubblica, appare anche il vice prefetto di Verona, Angelo Sidoti. Non si sa quanto durerà il processo anche se la richiesta del procuratore, accolta dal tribunale, di giudizio direttissimo fa intuire che l’accusa ritiene di avere sufficienti carte in mano per procedere nei confronti dei ventidue imputati. La durata delle vicende finite nel mirino degli investigatori va dal 30 giugno 2017 al dicembre 2018. Da oggi si potrà ricostruire la verità di quei giorni di tre anni fa. •

Giampaolo Chavan
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