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17.11.2019

Vie d’uscita dai clan di mafia «Così noi ce l’abbiamo fatta»

Il poliziotto Francesco Mongiovì FOTOSERVIZIO DI LUIGI PECORATomas Piccinini, Luciana Di Mauro e, sullo schermo, AntonioIl presidente della Provincia Scalzotto e il questore Ivana Petricca
Il poliziotto Francesco Mongiovì FOTOSERVIZIO DI LUIGI PECORATomas Piccinini, Luciana Di Mauro e, sullo schermo, AntonioIl presidente della Provincia Scalzotto e il questore Ivana Petricca

Cosa c’è oltre il confine di un carcere? Oltre una vita trascorsa nelle fila della criminalità organizzata? Oltre un pentimento ed un percorso di riconciliazione che alcuni ex uomini di mafia e camorra intraprendono? A queste risposte ha cercato di rispondere l’appuntamento organizzato l’altra sera dall’amministrazione comunale di Mozzecane, alla 13esima edizione della rassegna Per continuare a non dimenticare, intitolato appunto Oltre il confine. A confronto le storie di Antonio e Andrea, collegati in videoconferenza, con un passato il primo nella camorra, il secondo in Cosa Nostra. Sul palco della barchessa di Villa Vecelli, zeppa di pubblico, siedono Francesco Mongiovì, poliziotto che si adoperò per la cattura di molti boss mafiosi, tra cui i Lo Piccolo e Luciana Di Mauro, moglie di Gaetano Montanino, guardia giurata che a 45 anni perse la vita nell'agguato che proprio Antonio gli tese con un complice. Accanto, Tomas Piccinini, assessore alla Cultura e ideatore della rassegna. Moderatore della serata, Luigi Grimaldi, giornalista de L’Arena. Le due storie «difficili» vengono introdotte da contributi filmati. «Mio marito è stato ammazzato dieci anni fa da un gruppo di quattro ragazzini, che avevano l’età di nostra figlia. Antonio non ha sparato, guidava il motorino che portava il killer», racconta Luciana. Diciassettenne e appena diventato papà, viene catturato e condannato a 22 anni. Vuole incontrare Luciana e dopo vari tentativi l’occasione arriva, per caso. Da lì inizia un percorso di «riconciliazione» che Luciana e Antonio si sono impegnati a portare avanti tra infinite difficoltà. «Avevo vissuto un paio di anni tra scippi e rapine. Mettevo insieme dai 300 ai 500 euro alla settimana che poi spendevo per abiti e cellulari, piccoli capricci. I miei sogni di adolescente erano di organizzare la rapina del secolo e di guadagnare tanto. Ora spero di riuscire a sostenermi con il lavoro, ho due figli e penso al loro futuro», dice Antonio, che da due anni vive in libertà vigilata, ma che ha davanti altri 12 anni da scontare. Un aiuto viene da associazioni come Assogioca di Napoli che ieri ha ospitato il collegamento. Il resto lo fa Luciana, che avverte: «Il sangue versato da mio marito non deve essere vano». Così come non ci si può rassegnare al reclutamento di centinaia di ragazzini da parte della malavita. «Hanno genitori in carcere. Sono abbandonati a loro stessi, innamorati dei miti camorristi e del comando. Spesso si drogano. Ma per chi si pente e vuole uscire non c’è nulla. Anche per Antonio è complicato. Manca il lavoro e quando si trova spesso non è sufficiente per mantenere una famiglia con tutte le necessità che comporta», aggiunge. «Io mi faccio carico di ciò che posso dare. Antonio ha scelto di non spostarsi da Napoli, la nostra storia ha suscitato tanto interesse. Ma per continuare occorre sostegno materiale, psicologico, sociale», è il suo appello. Poi la storia di Andrea, ora collaboratore di giustizia. Nel 2007, a Palermo, guidava la moto a bordo della quale Gaspare Pulizzi freddò il capomafia Nicolò Ingarao. L’assassinio decretò la supremazia del clan Lo Piccolo. «Di cui Andrea era uomo fidato. Il clan aveva un dominio impenetrabile del territorio ed in particolare del quartiere di San Lorenzo. Noi della polizia non riuscivamo ad avvicinarci e i nostri tentativi di intercettare i loro movimenti per lungo tempo sono stati vani», racconta Mongiovì. Pochi mesi più tardi, però, la svolta. A novembre la cattura di Salvatore Lo Piccolo, del figlio Sandro, di Pulizzi e Andrea Adamo. «Stavo raggiungendo la casa dove erano latitanti, ma ho visto gli elicotteri della polizia e ho capito. Quindi mi sono rifugiato da mia madre. Mi arrestarono un mese più tardi per 100 grammi di hashish. Una inezia per me che gestivo lo spaccio nelle piazze più importanti di Palermo, compreso lo Zen», ripercorre il collaboratore. In carcere, a valanga arrivano gli altri capi d’imputazione e decide di pentirsi. «Fino a 19 anni avevo una vita normale, figlio di un impiegato delle poste, altri due fratelli, un lavoro da idraulico. Ma i miei coetanei avevano a disposizione fiumi di soldi. Così ho cominciato con piccoli reati fino allo spaccio», prosegue. «I proventi non li consegnavo al boss, ma mi facevo carico dei loro desideri. Chili di ciliegie dal Cile in pieno inverno, orologi e pelletterie delle grandi firme», prosegue. «Avevo un sogno, fare carriera nella mafia. Ora ringrazio lo Stato e suoi uomini che per me sono stati sempre presenti e insegno ai miei figli i valori che mio padre, inutilmente aveva cercato di trasmettere a me», conclude. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Valeria Zanetti
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