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17.12.2019

«Mio figlio era finalmente felice ed è morto»

Riccardo Petrelli: vedeva sempre il bello della vitaLa famiglia Petrelli: da sinistra Riccardo, sua madre Barbara, il fratello Federico e il padre Raoul
Riccardo Petrelli: vedeva sempre il bello della vitaLa famiglia Petrelli: da sinistra Riccardo, sua madre Barbara, il fratello Federico e il padre Raoul

Chi ha visto l’incidente non avrebbe mai pensato che quello studente di 12 anni, investito sulle strisce pedonali davanti a scuola in corso Colombo e scaraventato contro il marciapiede, ce l’avrebbe fatta. Troppo violento l’impatto. Troppo profonde le ferite alla testa. Ma Riccardo Petrelli fin da ragazzino aveva la stoffa del lottatore ed era riuscito a sopravvivere a quattro «nemici» agguerriti: il coma, tre mesi di terapia intensiva, le infezioni e interminabili interventi chirurgici (quattro operazioni da 10 a 18 ore ciascuna). Ne era uscito con un centinaio di placchette di titanio per ricomporre altrettante fratture al viso e una serie di terapie, esami e monitoraggi che avrebbe dovuto fare per tutta la vita. Ma la parola «vita» per Riccardo era così luminosa da mettere in ombra qualsiasi ostacolo gli si presentasse. Era sempre ironico e di buon umore, sostenuto da una famiglia che ha combattuto insieme a lui, perché potesse avere ciò che un ragazzo e poi un uomo avrebbe il diritto di avere: l’indipendenza. «E proprio quando l’aveva raggiunta, andando a vivere da solo ci ha lasciati», dice con le lacrime agli occhi Raoul Pertrelli, che ha deciso di dare voce insieme alla moglie Barbara e all’altro figlio Federico, 25 anni, alle famiglie che si sono ritrovate improvvisamente con un figlio che passa dalla spensieratezza a un letto di rianimazione. «Oltre ai morti, sulle strade restano ogni anno migliaia di feriti gravi che dovranno lottare ogni giorno per ottenere almeno una parvenza di normalità, che soffriranno fisicamente per i dolori, le infezioni, le operazioni, e interiormente per non poter più vivere come i loro coetanei». Resta qualche secondo in silenzio, poi aggiunge: «Io non provo rabbia, provo amarezza. Amarezza perché Riccardo ha sofferto tanto e noi con lui. Amarezza perché ha perso l’adolescenza e ora anche la vita». La sua voce si abbassa: «Se se ne è andato a soli 32 anni per un aneurisma cerebrale, è chiaro che dietro ci sono le conseguenze dell’incidente. Meritava», continua, «di poter vivere degli anni sereni dopo tutta la fatica che aveva fatto. Lo meritava», dice tra le lacrime. Dall’incidente sono passati 19 anni, durante i quali Riccardo, sottoponendosi a continue cure e controlli, era riuscito a ottenere il diploma di liceo scientifico, la laurea in Scienze dell’educazione, la patente, rinnovabile ogni due anni, poi un lavoro a Domegliara e da poco anche un appartamento tutto suo a Sant’Ambrogio. «Di cui andava fierissimo», riprende il padre. «Lasciare che andasse via di casa è stata una scelta soffertissima», dice guardando la moglie Barbara, «perché avevamo paura, ma dovevamo stare anche attenti a non proteggerlo troppo per non farlo sentire diverso». Petrelli vuole fare un ringraziamento: «Ringrazio l’azienda Autotrasporti Fumaneri per aver dato un lavoro a mio figlio, permettendogli di camminare da solo nella vita e rendendolo fiero. Riccardo aveva una bellissima dignità. “Dentro” aveva una velata tristezza perché gli era stata negata la possibilità di vivere la sua giovinezza, ma in quest’ultimo anno e mezzo era contento dei traguardi che aveva raggiunto». Poi riprende: «Al funerale, celebrato da sette sacerdoti, c’erano novecento persone, perché si era fatto amare da tutti, era sempre disponibile, sorridente. Gli piaceva disegnare, era bravissimo a fare le caricature e adorava il basket. Non poteva giocare, ma dava una mano alla Cestistica ad allenare i ragazzini e faceva lo stewart alle partite della Tezenis. In ospedale a trovarlo dopo l’incidente non venne il suo investitore, che aveva superato sulla destra l’auto che si era fermata per far passare Riccardo. Non lo soccorse e non si fece vivo nemmeno a distanza di tempo. Venne invece Matteo Nobile, in rappresentanza della Müller e l’incontro diede a Riccardo una grande energia per reagire». La pena per il suo investitore fu irrisoria. Petrelli non commenta, dice solo con tono sarcastico: «Ci sono persone che superano in doppia fila per arrivare puntuale all’inevitabile rosso, mettendo a rischio la vita degli altri. Vengono installati gli autovelox in tangenziale. Bene, ma lì non ci sono pedoni. Le persone investite aumentano e la mancanza di rispetto e attenzione fa sempre più paura. Evidentemente», aggiunge, «andare in auto crea solitudine visto che tanti mandano messaggi mentre guidano. E poi corrono, corrono troppo. Io mi sono alzato per anni di notte dopo l’incidente per vedere se mio figlio fosse ancora vivo», sottolinea. «Sono orgoglioso di chi è stato, di ciò che è riuscito a fare e di come ha sempre affrontato la vita». «Sì», aggiunge sua moglie, «aveva un carattere bellissimo. Nonostante quello che gli era successo era lui a dare serenità agli altri. Mi diceva sempre “Stai tranquilla, vedrai che si risolve tutto”. Per fortuna ho i suoi messaggi, anche quelli vocali», dice con voce piena d’amore, aggiungendo di voler ringraziare i dottori Paolo Bovi e Lino Furlani «per esserci stati vicini in questi anni». «Riccardo ora è in un posto migliore, dove non si prendono medicine e può finalmente mangiare ciò che vuole senza ingrassare», la consola il figlio Federico. «Sono sicuro che è così». La messa per il trigesimo sarà oggi alle 18.30 nella chiesa di Santo Spirito nel quartiere Ponte Catena, a Verona.

Chiara Tajoli
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