Il caso

L'appello di Luisa, malata cronica: «Fate il vaccino per quelli come noi»

Luisa Rigamonti
Luisa Rigamonti
Luisa Rigamonti
Luisa Rigamonti

Stanca. Preoccupata. Arrabbiata. Si sente così Luisa Rigamonti, 44 anni, tecnico di laboratorio in aspettativa dal lavoro da un paio d’anni per gravi problemi di salute. «Chi sta male da prima dell’avvento del Covid 19 è stufo di limitazioni, controlli ospedalieri rimandati, ricoveri impossibili», spiega Rigamonti, che vive in Valpolicella. «Da due anni a questa parte per noi malati cronici è tutto più difficile, io sono una dei tanti. La preoccupazione di trascurare passaggi importanti nella gestione della malattia è sempre dietro angolo, per non parlare dei rischi che si corrono se non si hanno le cure più efficaci. Non si può andare avanti così».

Soffre di diabete da 15 anni e di alcune patologie reumatologiche che complicano il quadro generale e rendono più difficoltosa l’assunzione delle vitali dosi di insulina. Ha già subito vari interventi e da un anno è inserita nelle liste di attesa, all’ospedale di Padova, per il trapianto di pancreas. Prima di Natale la malattia si è acuita e il peggioramento ha causato complicazioni a un piede. Se non si interviene tempestivamente, la situazione rischia di diventare invalidante: prospettiva difficilmente accettabile alla sua età e contro cui sta lottando. Perché è una combattente, Luisa.

Ora però sta vivendo il calvario dei malati cronici che si vedono privati di cure e ricoveri a causa dei casi covid della variante Omicron in crescita negli ospedali e del conseguente riordino dei servizi sanitari per farvi fronte. Ossia reparti accorpati, spostamenti di personale medico-infermieristico, posti letto tagliati. Il suo, di posto letto, è sparito da un giorno all’altro. «Dovevo essere ricoverata martedì scorso all’ospedale di Borgo Trento a Verona, in Endocrinologia, ed era tutto confermato fino al giorno precedente», racconta. «Martedì stesso, invece, mi hanno informata al telefono che il ricovero non era più possibile quel giorno e che non si poteva nemmeno programmarne un altro: data la situazione di emergenza, potrebbero passare 10 giorni come un mese, e il mio piede non può aspettare». Il mondo le è crollato addosso.

«Mi sono sentita sconfitta», ammette. Luisa non si arrende, non è il tipo. Ha imparato a gestirsi, insieme agli specialisti che la seguono e non la mollano un attimo nemmeno ora. «Sono straordinari, fanno il possibile e mi stanno seguendo a casa, con telefonate e ragguagli continui. Con la diabetologa abbiamo impostato esami e prelievi, li farò a domicilio. Sono commossa per come si stanno adoperando. Ma non è certo come essere in ospedale: il percorso di cura è più in salita». Nel tempo ha imparato comunque a contare sulle proprie forze. «Ma non sempre bastano, purtroppo», spiega. Perché la malattie croniche sono insidiose e ci sono sempre. Stanno in silenzio per mesi, magari, e poi possono metterti alla prova quando meno te lo aspetti. E l’attuale periodo non è dei migliori, se si ha urgente bisogno dell’ospedale ma non si è in pericolo di vita.

«Conosco tante persone nella mia situazione», prosegue Rigamonti, che dà una mano a chi ha bisogno, quanto lei, di avere informazioni sul da farsi, di prenotare controlli o districarsi tra rimandi e cambi improvvisi. «Non tutti sanno come fare e c’è anche chi è solo». Rigamonti è vaccinata con tre dosi e crede nell’importanza della vaccinazione per uscire dal tunnel dalla pandemia. «Chi non si vaccina sta male, occupa posti in ospedale e mette in crisi l’intero sistema sanitario, mettendo i medici loro malgrado di fronte a una scelta obbligata: salvare la vita ai pazienti più gravi e mettere in attesa tutti gli altri», dice. «Non è giusto, però. Da malata cronica non voglio essere vittima di un sistema che permette a una minoranza di persone non vaccinate di tenerci sotto scacco. Mi appello a queste persone: se vogliamo il bene della comunità, se vogliamo andare avanti, occorre fare scelte sociali a vantaggio di tutti».

Camilla Madinelli