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22.11.2019

Cave di Gorgusello, imputati assolti

I capannoni a ridosso delle cave di Gorgusello
I capannoni a ridosso delle cave di Gorgusello

Il reato di abuso edilizio è prescritto e, quindi, non si saprà mai se è stato consumato come hanno ipotizzato la procura e le associazioni ambientaliste, costituitesi parte civile, fin dall’inizio dell’indagine. Per le accuse di falso ideologico in atto pubblico e abuso d’ufficio, invece, è scattata l’assoluzione perchè il fatto non sussiste. Si chiude così con un punto interrogativo il processo a carico di otto tra imprenditori e pubblici amministratori, finiti sotto processo per una serie di irregolarità, riscontrate dall’allora Guardia forestale e dalla polizia locale di Fumane in località Gorgusello nel 2012. Massimo ed Andrea Michelazzi, titolari della «Pietre Breoni snc», Stefano Marconi dell’omonima società, Mauro Facciotti della «Facciotti snc», Domenico Zivelonghi dell’«Immobiliare Zive due sas», Francesco Simeoni dell’omonima ditta, il responsabile dell’Ufficio tecnico di Fumane, Federico Donatoni e l’ex sindaco Domenico Bianchi, difesi da Matteo Nicoli, Paolo Costantini, Paolo Pellicini, Giovanni Sala, Francesco Delaini, Luigi Biondaro Mario De Marzi e Daniele Maccarone, si sono tolti un grosso peso dallo stomaco dopo sette lunghi anni tra indagini, interrogatori e udienze. La sentenza del giudice Silvia Isidori è arrivata ieri nel tardo pomeriggio. D’altro canto, al termine della requisitoria, era stato lo stesso pm Maria Beatrice Zanotti a chiedere l’assoluzione per il falso in atto pubblico e l’abuso d’ufficio mentre per quello edilizio aveva chiesto la condanna ad un anno per tutti gli imputati. ABUSO EDILIZIO. Le accuse ruotavano, innanzitutto, sulla violazione dello strumento urbanistico. In pratica, ha sostenuto l’accusa, i soli sei cavatori avevano «abusivamente proseguito un’attività artigianale di lavorazione e trasformazione della pietra» senza rispettare il Prg del Comune di Fumane in località Gorgusello. Lavoravano, infatti, in un’area a vincolo paesaggistico e ambientale. Di più: avevano utilizzato i piazzali di pertinenza dei 14 capannoni, «quali deposito merci in assenza di permesso di costruire e nullaosta paesaggistico». Su queste ipotesi, resterà per sempre un punto interrogativo: il giudice Silvia Isidori, infatti, non è entrata nel merito della questione ma ha dichiarato la prescrizione del reato. FALSO IDEOLOGICO. Ben diverso, invece, è stato l’esito per le altre due imputazioni per le quali sembrano aver fatto breccia le tesi esposte ieri dai difensori in aula. La prima accusa parlava, infatti di falso ideologico in atto pubblico. In pratica, i cavatori, «avrebbero attestato falsamente», si legge nel capo d’imputazione, «che i macchinari utilizzati per la lavorazione erano stati spostati in un capannone a Sant’Anna D’Alfaedo». In questo modo, sostiene sempre l’accusa, avrebbero ottemperato all’ordinanza di ripristino dello stato dei luoghi così come richiesto all’epoca dal Comune. In realtà, hanno sostenuto i difensori, non c’era alcuna falsità in quell’atto prodotto dai cavatori, in quanto l’attività era stato spostata in una zona consentita. ABUSO D’UFFICIO. Per l’abuso d’ufficio erano coinvolti anche l’ex sindaco Domenico Bianchi e il dirigente del Comune Federico Donatoni. I due, in concorso con gli imprenditori, avrebbero omesso di verificare se effettivamente c’era stato il ripristino dei luoghi all’epoca dell’indagine così come chiesto dal Comune. I difensori hanno evidenziato che l’istanza di sanatoria revoca o sospende l’ordinanza del Comune. •

G.CH.
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