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03.06.2020 Tags: San Pietro in Cariano

Esasperato dai bulli, si suicidò Il Covid fa saltare l’anniversario

Livio Cinetto veniva preso in giro anche per qualche chilo di troppo
Livio Cinetto veniva preso in giro anche per qualche chilo di troppo

Nessuna festa oggi per ricordare Livio Cinetto, il sedicenne di San Pietro in Cariano che il 3 giugno 2012 si tolse la vita perché vittima dei bulli. Ogni anno per l’anniversario della sua morte, dopo la messa a lui dedicata, i genitori Stefano e Roberta Mazzi e la figlia Emma, aprono le porte di casa a chiunque voglia partecipare all’evento: preparano tartine, pasta fredda, panini e torte (Emma ha la passione per la cucina) e in cambio ricevono abbracci, racconti su «quella volta che Livio ha detto o ha fatto...» e sulle novità riguardanti i suoi amici, nel frattempo diventati uomini. Ma al contrario di quanto si pensi non è un momento solo triste: oltre alle lacrime, ci sono i sorrisi perché la commemorazione è proprio una festa. Merito della famiglia Cinetto che, con il suo coraggio e la sua apertura agli altri, ogni anno vede aumentare i partecipanti alla festa: ormai superano i cento. Non sono solo amici di Livio, ma anche conoscenti e persone che hanno sentito parlare della sua storia e hanno avuto il desiderio di condividere questo momento con i suoi familiari. I coniugi Cinetto, infatti, e anche Emma vanno agli incontri e alle trasmissioni televisive dedicate al bullismo per aiutare altre famiglie a evitare quanto è accaduto a loro. Quest’anno, però, è un anniversario diverso. L’impossibilità di festeggiarlo per le norme contro la diffusione del Covid-19, pesa sulla famiglia Mazzi. In particolare su Roberta, che durante il lockdown si è sentita ancora più vicina a suo figlio e alla sofferenza che deve aver provato prima di togliersi la vita. «Questa ottava ricorrenza, con tante limitazioni che ci impediscono di incontrarci come siamo abituati a fare, mi rattrista molto», sottolinea la mamma di Livio. «Mi mancheranno tantissimo gli abbracci, gli sguardi, i sorrisi e le lacrime di commozione. Penso che in questi mesi un po’ tutti ci siamo ritrovati a vivere emozioni che abbiamo sempre pensato dovessero far parte della vita degli altri e mai della nostra». «Abbiamo provato cosa significa essere privati della libertà», sottolinea, «abbiamo vissuto la solitudine, la lontananza, la paura di sbagliare, di rischiare, di essere puniti o di causare sofferenza agli altri», prosegue. «È inevitabile per me rapportare questi stati d’animo con gli ultimi tempi vissuti da mio figlio, soprattutto la solitudine e la paura». Per quanto i genitori siano sempre stati vicini a Livio, non si sono resi conti di quanto stesse soffrendo il loro figlio, preso di mira quotidianamente da un gruppo di bulli perché aveva interessi diversi dai loro, perché era timido e diventava «rosso» e perché aveva qualche chilo di troppo. Livio non ha mai raccontato nulla di tutto questo a casa e neppure ai suoi amici. Neanche loro si sono resi conto del dolore che si stava impadronendo del loro «Livione», spingendolo a lasciare tutto in una domenica piena di sole. «Ho sentito parlare in continuazione della paura di morire, della solitudine in cui tanti si sono ritrovati, senza il conforto dei familiari, di quanto sia ingiusto morire soli e mi sono abbattuta, sentendo dentro di me che era ciò che Livio poteva aver provato pochi istanti prima di compiere quel gesto forte e definitivo per lui e per noi», sottolinea. E poi confessa»: «La maschera che adesso siamo tutti costretti a portare per tutelare noi stessi e gli altri, io la indosso da otto anni. È pesante, toglie il respiro, toglie l’identità, non permette di riconoscerci, ma può salvare e allora la si accetta e può succedere anche che ci si affezioni. Quando riesco a toglierla mi sento libera, anche di urlare, di piangere, di ridere», prosegue. «Posso mostrarmi per quella che sono ma dura poco: alla fine rimango sempre divisa in due parti». Roberta Mazzi parla di responsabilità e rispetto.«Due termini che ormai sono sulla bocca di tutti, sembrano scontati e sembra stupido doverli continuamente ricordare», afferma. «Non dimenticando mai quanto importante sia l’esempio». Roberta non si arrende. Suo figlio l’ha perso, ma la sua lotta, perché non ci siano altri ragazzi spinti a desiderare di morire a 16 anni, continua. «Non mi arrendo: quanto accaduto a Livio deve indurre a riflettere», afferma. «Di quello che succede a questi ragazzi si tace per paura dell’emulazione, quando invece parlarne aiuterebbe molti a uscire allo scoperto e a sentirsi meno soli. Il silenzio uccide. Far finta di niente non aiuta e ci rende tutti complici». Poi l’invito, aperto a tutti: «Se vi farà ancora piacere rivederci, vorrei che il nostro incontro abituale venisse solo rimandato. Mi auguro di riuscire a organizzarlo entro l’estate. Intanto oggi verrà dedicata a Livio la messa delle 18,30 nella chiesa di San Pietro in Cariano». •

Chiara Tajoli
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