Epidemie, all’inizio era tubercolosi

La Valpolicella come luogo ideale di cura per i malati di tubercolosi e di gestione dell’epidemia, grazie a due sanatori, attivati tra il 1917 e il 1932 a Sant’Ambrogio, specializzati nella cura di questa malattia infettiva e molto contagiosa. È l’altra faccia, attuale più che mai nell’anno della crisi pandemica da Covid 19, di questo territorio, oggi celebre principalmente per il vino. Un’altra faccia ricostruita in modo dettagliato e con immagini d’epoca nel saggio di Emanuele Luciani «Un sito ideale per il soggiorno dei malati di petto: i sanatori in Valpolicella nel Novecento», pubblicato sul nuovo volume dell’Annuario Storico della Valpolicella, fresco di stampa. CLIMA SALUBRE. «Nota per i suoi vini, il marmo e le ville signorili», scrive l’autore dello studio nel XXXV Annuario, «la Valpolicella acquista anche la fama di luogo ideale per combattere efficacemente una malattia considerata un flagello, in quell’epoca responsabile di più della metà dei decessi». Spunti e rimandi con l’epoca presente, con l’Italia e il mondo a combattere contro il virus Sars-CoV-2, non possono mancare. «Alla fine dell’Ottocento e nella prima metà del Novecento, la tubercolosi provocò molte vittime», scrive ancora Luciani. «Durante la Prima guerra mondiale, le difficili condizioni di vita e le carenze alimentari ne aumentarono la diffusione, ma suscitarono anche una decisa volontà di contrastarla. Verona fu all’avanguardia e la Valpolicella ebbe un ruolo importante, per merito del clima giudicato salutare per i malati di petto». Prima della scoperta degli antibiotici, infatti, la tubercolosi veniva curata con riposo, buona alimentazione, aria pura e tanto sole. SANATORI. Luciani ripercorre la storia dei sanatori della Grola, nella villa e negli edifici annessi, sulla collina ambrosiana con vista su Valdadige, lago ed entroterra gardesano, e di Ponton, vicino all’Adige. Oltre al clima, anche la facilità dei collegamenti rappresentava un punto a favore della scelta. Il sanatorio di Ponton accolse i primi otto pazienti nel 1918. Tra il giugno 1919 e il marzo 1920, erano già 366. Le visite dei parenti erano programmate e molto limitate, massimo due ore a settimana. Vennnero apportate innovazioni, gli edifici a disposizione dei malati diventarono 12. Ma nel 1940 e la seconda guerra mondiale determinò la loro parabola discendente. La Grola cominciò la sua attività nel 1932, con 94 posti letto, e la proseguì fino allo scoppio della guerra, che segnò l’inizio di alti e bassi per il centro di salute. Quando la tubercolosi smise di essere una minaccia, tra gli anni Sessanta e Settanta, entrambi i centri vennero trasformati in ospedali psichiatrici e alla Grola venne attivato anche un reparto speciale per tossicodipendenti. REAZIONI. La tubercolosi tra Ottocento e Novecento dilagò e era estremamente infettiva, trasmettendosi con facilità per via aerea e causando una generalizzata paura dell’infezione. Paura che in Valpolicella provocò anche una levata di scudi contro i due sanatori a Sant’Ambrogio. In più occasioni, le autorità dovettero tranquillizzare la popolazione, precisare che non vi erano pericoli per la popolazione, sottolineare che i pazienti ospitati erano quelli colpiti dalle forme più leggere dell’infezione. I contatti tra loro e la popolazione locale erano difficili da evitare, però. E il timore dei contagi era una costante. IERI E OGGI. Gli edifici che ospitarono i sanatori, inutilizzati e abbandonati da tempo, fanno parte del patrimonio immobiliare della Provincia ma quest’ultima li ha inseriti tra i beni da alienare. L’obiettivo dell’ente, infatti, è venderli: per la Grola si tratta dell’ex compendio padronale, dell’ex chiesetta e di un portico-tettoia; per il complesso di Ponton, di alcuni ex padiglioni ospedalieri e di un’azienda agricola annessa. Qualche tentativo per la Grola è già stato fatto, negli anni scorsi, ma è andato a vuoto. Proprio in dicembre, gli uffici provinciali hanno avviato gli incontri per stimare nuovamente le due proprietà e ridare il via alle procedure per l’alienazione. •

Camilla Madinelli
# Sposta il focus sul parent