L’oro nero dei boschi ha salvato una famiglia

I fratelli Bertilla e Vincenzo Carpene con gli ultimi tartufi trovati
I fratelli Bertilla e Vincenzo Carpene con gli ultimi tartufi trovati

Con la neve è il tempo del riposo per Trento e Nebbia, per Leo, Mortadella, Frassino e Sambuco, per Macchia e Rec, tutti cagnolini maschi da tartufi della famiglia Carpene di Sant’Andrea di Badia Calavena. A loro si uniscono per meriti e anzianità Silvio e Poncho che godono della meritata pensione. Dieci cani per dieci fratelli, tutti, eccetto la primogenita Dolores, classe 1944 e il terzogenito Giorgio, appassionati cercatori di tartufi allevati grazie al ricavo che il fungo ipogeo portava alla scarna economia di una famiglia numerosa, ma allevati e fatti studiare, Angelo anche fino alla laurea in Medicina. È incredibile la storia della famiglia Carpene, dove ancora Antonio, Angelo, Rino, Bertilla, Vincenzo, Ottavia, Andrea e Maria Grazia tornano nella vecchia casa di contrada, si prendono un paio di cani per compagni e partono alla cerca di tartufi. Una passione partita dal nonno materno Piero Tibaldi, trasferita alla loro mamma Gaetana, classe 1920 e tramite i figli arrivata al nipote Daniel Rizzin, oggi ventiseienne che ne raccoglie il testimone. Il papà Giuseppe Carpene, detto Rosso, non è mai stato convinto più di tanto, ma ha lasciato fare, perché dai viaggi settimanali che mamma Gaetana faceva in piazza Erbe dalla «Tina dei ciòcoli», celebre per il suo banco di «osei e ciòcoli», tornava sempre con un gruzzolo importante, 7-8 mila lire per un chilo di tartufi, manna per mandare avanti la famiglia. Poi quando il raccolto ha cominciato a farsi importante con l’apporto anche dei figli cresciuti, erano loro a ricevere a casa la visita di un commerciante di Affi «El Chitarador», celebre nel suo ambiente come grossista dei preziosi funghi ipogei. È il prezzo si è fatto importante, anche 15-20mila lire al chilo. Da allora ogni anno, i fratelli e le sorelle Carpene, mettono in conto il loro giro quotidiano alla cerca. «Si potrebbe cominciare il 1° maggio, per legge, ma sui nostri monti è una data troppo anticipata. La tradizione vuole che si cominci dopo la festa di San Pietro (29 giugno), ma i primi sono i fioroni, che crescono affioranti sul terreno e hanno poco sapore; bisognerebbe non raccoglierli. I mesi ideali sono quelli autunnali e invernali, prima che il terreno geli», dice Vincenzo. Quella che era un’arte segreta tramandata da una generazione all’altra, adesso è diventata una razzia: «Qui prima nessuno andava a tartufi. Il primo è stato il nonno che usciva a pascolare con le pecore e vedeva il cane scavare. Ha cominciato così. Per i primi tre anni non ha raccolto nulla, poi non ha più smesso. Il problema è che adesso ci sono tanti tartufai e pochi tartufi», ammette Bertilla. Tra le cause l’abbandono dei boschi, meno curati di un tempo, ma forse anche il clima. «Un tempo c’era una varietà ottima sotto i faggi, che oggi non si trova più. C’è da dire che una volta eravamo pochi a fare questa cerca. Adesso ne conti uno all’ora che lascia l’auto e si imbosca». Ed è una guerra continua per non rivelare i posti migliori e gli scrigni più ricchi: «I bravi tartufai cancellano le tracce del loro passaggio, pronti a togliere il tartufo di bocca al loro cane perché non lo rovini con i denti e chiudono le buche dove il cane ha scavato», aggiungono. Se la stagione è buona si spuntano anche 150 euro al chilo, ma quest’anno con i ristoranti chiusi per la pandemia, è crollato anche il prezzo dei tartufi, arrivando a 130 euro al chilo, oltre a dover far i conti con un anno scarso di prodotto perché dopo sette-otto ore di uscita nel bosco si torna con appena 3-4 etti. Per la raccolta serve superare un esame e ottenere un tesserino regionale che dura cinque anni e vanno rispettate precise regole sul periodo e la varietà da raccogliere, pena sanzioni pesanti, anche fino a 20mila euro. «Noi abbiamo ridotto l’attività a 12-13 chilometri di camminata al giorno, ma in gioventù facevamo anche fino a 30 chilometri per esplorare sotto le ceppaie di nocciolo, tra faggi, carpini, roveri e frassini. I cani si mettono in agitazione quando sentono che partiamo e vorrebbero esserci tutti, ma non se ne possono portare più di due a testa», dicono. A volte portano anche i veterani Silvio e Poncho, ma in braccio fin sul posto: «Hanno fatto il loro servizio per una vita intera, adesso si meritano questo privilegio», riconosce Vincenzo con gratitudine. •

Vittorio Zambaldo