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31.05.2019

In Lessinia sale l’allarme per i lupi

Un esemplare di lupo
Un esemplare di lupo

Si chiude un mese di maggio da dimenticare per le predazioni da lupo in Lessinia e si apre una stagione dell’alpeggio con molti punti interrogativi. Se tanta speranza c’era stata con la fine dell’anno scorso, grazie al sensibile calo di animali domestici attaccati dai lupi, altrettanto scoramento si registra oggi fra gli allevatori di fronte a numeri impressionanti, che mai si erano verificati negli anni scorsi in questo periodo. Fino al 30 maggio sono stati complessivamente 50 i capi predati in Lessinia dall’inizio dell’anno, secondo i dati diffusi dall’ente Parco: di questi, solo 18 nei quattro mesi precedenti e il resto tutti a maggio, per complessivi 33 episodi predatori di cui 12 fino alla fine di aprile e i rimanenti nell’ultimo mese. Le statiche mettono sul primo gradino gli ovini con 19 pecore e 2 agnelli, seguiti dai bovini (18 capi), dagli equini (3 asini) e dagli alpaca (3), a cui vanno aggiunte due capre e un cane. Velo è in assoluto il territorio più colpito con 13 eventi, seguito da Selva di Progno con 9, Badia Calavena e Bosco Chiesanuova con quattro ciascuno e in coda ecco Roverè, Erbezzo e Fumane con uno ciascuno. Gli allevatori della Lessinia si chiedono due cose: cosa possono fare loro e che cosa debba fare la Regione in questo momento. Loro sono veramente disorientati e si chiedono il senso di un lavoro che vede di giorno in giorno assottigliarsi il margine di guadagno: «Che cosa dobbiamo fare? Tenere le manze a casa e non mandarle in alpeggio? Ma la confidenza di questi predatori è tale che ultimamente sono entrati anche dentro le stalle». «Le nostre vacche sono animali abituati alla presenza del cane in stalla e non distinguono un cane dal lupo: diventano vittime inconsapevoli e facili. A questo punto che facciamo? Teniamo tutto a casa e lasciamo i pascoli incolti?», si chiedono, ricordando tra l’altro che la predazione di un bovino a Gardun di Roverè è avvenuta a 50 metri dall’abitazione. «Anche i lupi sono diventati confidenti: ti guardano e non scappano affatto quando ti vedono, si allontanano solo quando ti avvicini. Non è vero che abbiano terrore dell’uomo», aggiungono. I recinti elettrici proposti non trovano grandi entusiasmi: «Abbiamo le vacche per una settimana in un posto e la settimana successiva in un altro. È impensabile recintare tutta la proprietà», spiegano gli allevatori. Grande assente in tutta questa vicenda è la Regione e gli allevatori si chiedono perché: «Nessuno ci dice nulla, con quanti predatori dobbiamo fare i conti, come si affrontino. Dopo l’annuncio della terza predazione in una decina di giorni ho comperato con 400 euro un cannone che è alimentato a gas e spara a salve su tempi preimpostati. Funziona in questi primi giorni, ma funzionerà sempre anche quando i predatori si saranno abituati a questa presenza rumorosa?», si chiede uno. Lamentano di essere lasciati soli: «Telefoniamo per un sopralluogo e la polizia provinciale arriva dopo ore, se non addirittura il giorno dopo. Un animale ancora vivo abbiamo dovuto abbatterlo con il nostro veterinario per accorciargli le sofferenze, perché sono scene che non si sopportano a lungo», denunciano. Fanno l’elenco delle difficoltà burocratiche: «Ore al telefono perché qualcuno risponda; attese perché qualcuno arrivi; anticipo dei soldi per smaltire la carcassa e il risarcimento arriva dopo un anno e mezzo; ore di carte e verbali in caserma, per la denuncia, e che nessuno ti risarcisce. Non riusciamo a farci sentire perché siamo pochi e non ci ascoltano». È una situazione che scoraggia giovani e vecchi: un allevatore ventitreenne ha portato 15 manze in alpeggio e dopo una settimana ne aveva già perse tre; l’anziano zio non dorme più e a tutte le ore della notte è sul balcone a gridare, attratto dai latrati dei cani, timoroso che sia in atto una predazione sui capi rimasti a casa: «Siamo disposti a rimetterci qualche capo, ma non possono chiederci di lasciare sul campo quattro bestie in 10 giorni: ci costringono a non fare più gli allevatori e a diventare bracconieri», concludono amaramente. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Vittorio Zambaldo
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