Due fratelli dal deserto alla Lessinia

Il ghanese diciottenne che, aiutato dalla comunità La Cordata, ha imparato a fare il saldatore
Il ghanese diciottenne che, aiutato dalla comunità La Cordata, ha imparato a fare il saldatore

B. e S., fratelli ghanesi di 18 e 19 anni, stanno per lasciare la comunità educativa La Cordata di Corbiolo, dove sono arrivati nel 2018 dopo un viaggio nel deserto, la permanenza in Libia, la traversata su un barcone e l’approdo in Sicilia. La loro è una storia di integrazione riuscita, come quella di altri 25 loro coetanei transitati dal centro educativo e oggi sistemati in soluzioni personalizzate in abitazioni in zona con un lavoro stabile. B. è saldatore, ha fatto un corso professionale serale mentre di giorno lavorava in un’azienda agricola dove ha contribuito alla raccolta dell’uva e delle olive. «Ma il mio sogno era di imparare a far bene il saldatore e oggi lavoro con soddisfazione in un’azienda del posto che mi permette questa opportunità», dice, con l’entusiasmo che gli traspira dalla pelle. «Siamo cinque dipendenti, in un’azienda della zona. Ci sono anche altri due africani del Gambia, che erano prima in questa stessa comunità, e mi trovo benissimo, sia con loro sia con il boss», aggiunge, ridendo, per indicare il nome del datore di lavoro che lo ha assunto per il tirocinio, «bravo e paziente, perché mi ha aiutato all’inizio, quando sbagliavo e adesso è tutto più facile», ammette. S. lavora invece come imbianchino sempre per una ditta del posto. La vocazione gli era nata già prima, quando si era impegnato per ridipingere i locali comuni della comunità e la sua stanza: «Mi sveglio al mattino presto, verso le 6, poi in tre partiamo con il furgone e i colori e lavoriamo anche in altri paesi, dove c’è bisogno, in abitazioni e in uffici, tinteggiando, montando pareti in cartongesso, risanando ambienti. Un lavoro faticoso all’inizio, ma che oggi svolgo con passione, perché permette di operare insieme, parlando e scambiandoci opinioni. Si sta davvero bene e sono felice», aggiunge. Prima del lockdown erano entrambi coinvolti anche nella squadra di calcio Us Corbiolo, con la quale si allenavano regolarmente, pur non potendo disputare le partite di campionato per ragioni di tesseramento legate ai documenti. «Vorremmo tornare a giocare con i nostri amici, appena le condizioni sanitarie permetteranno la ripresa dell’attività», dicono concordi. Ma adesso il passo principale che li aspetta è un impegno più arduo: trovare casa e cominciare una propria vita autonoma all’esterno della comunità, come è successo per tanti altri loro amici. La Cordata li sta seguendo in questa ricerca e li affianca per un primo periodo, perché casa, documenti e lavoro sono le priorità con le quali i giovani migranti devono confrontarsi nel momento in cui si rendono autonomi. Del resto è l’obiettivo della struttura favorire questo reinserimento e gli anni che precedono questa decisione, che scatta con il raggiungimento della maggiore età, sono periodo propedeutico al distacco: serve la scuola, dove apprendono l’italiano; serve l’assistenza socio-sanitaria; serve la collaborazione dell’esterno che gli operatori della comunità hanno sempre favorito, finché le condizioni lo hanno permesso, organizzando cene e incontri a piccoli gruppi, che riprenderanno appena terminerà l’allarme pandemia. B. e S. hanno lasciato in Ghana una madre sola: il pensiero corre spesso a lei, «ma oggi è impossibile pensare di andarla a trovare. Arriverà anche quel momento e lo faremo con gioia», assicurano. La comunità può accogliere fino a dieci minori stranieri non accompagnati tra i 16 e i 17 anni, che una volta raggiunta la maggiore età lasciano la struttura e vengono regolarmente inseriti nel mondo del lavoro in aziende agricole, artigianali, di ristorazione. Durante la permanenza sono impegnati tutti i giorni in un percorso di apprendimento della lingua e della licenza di scuola media. Sono seguiti da sette educatori che a turno fanno presenza notturna e diurna, coordinati da un supervisore e dall’assistente sociale del Comune, oltre che da mediatori culturali e da figure di supporto come avvocati e psicologi. Oltre al percorso più marcatamente scolastico, i minori seguono anche laboratori di inclusione che li vedono impegnati in falegnameria, nelle aziende agricole, in apicoltura, nei locali pubblici come bar e pizzerie. Attualmente sono ospiti della comunità, oltre ai due fratelli ghanesi, un giovane nordafricano e sette ragazzi provenienti da paesi asiatici. •

Vittorio Zambaldo