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21.07.2019

«L’amore è la cura più grande che esiste»

Patch Adams al teatro di Cerro FOTO AMATO
Patch Adams al teatro di Cerro FOTO AMATO

È stato un vulcano in piena Patch Adams, il medico americano famoso nel mondo per il suo approccio con il sorriso e l’amore ai problemi della salute e del benessere psicofisico. Per tre ore ha tenuto incollate alle sedie del teatro di Cerro centinaia di persone che l’hanno ascoltato senza interruzione. Lui ha raccontato dei suoi inizi, della laurea in Medicina e della promessa di non prescrivere mai antidepressivi né fare una diagnosi psichiatrica, ma anche di quella di combattere una perversa politica sanitaria, perché le cure mediche sono la prima causa negli Stati Uniti della perdita per debiti della propria casa. Ha raccontato con nostalgia dei dodici anni di una casa trasformata in ospedale, con appena sei stanze, ma dove passavano per cure gratuite, mediamente da 500 a 1000 persone al mese e una cinquantina di ospiti ogni notte, prima di decidere di avviare il Gesundheit! (Salute in tedesco) Institute pensato come una comunità per la libera assistenza sanitaria e ancora da terminare. Ma che cosa danno lui e i suoi amici clown a questi carichi di dolore? «Umorismo e amore», è la risposta ovvia di Patch, che sale sul palco in un’ovazione. Lunghi cappelli raccolti a coda di cavallo, metà argentata e metà turchese, camicia a sgargianti colori di fauna amazzonica con pantaloni e scarpe in stile. «Ho imparato a far divertire e capito che sono la persona adatta per insegnare l’arte del rutto», ha detto. «Poi ho pensato che l’amore vero di un pacifista come sono deve essere per i propri nemici e nel 1985 sono partito per l’Unione Sovietica, dove ho scoperto di essere l’unico comunista che hanno conosciuto». «ESSERE E VESTIRMI da clown mi aiuta ad avvicinarmi agli altri, perché sembro il ragazzaccio che sono», dice di sé introducendo il tema «Umorismo e salute» per il quale le onlus Essere Clown Verona e Clownone Italia hanno organizzato l’incontro con il sostegno dei Comuni di Roverè e Cerro, della parrocchia e di diversi sponsor privati. «L’amore sarebbe la cura più grande, ma non esiste nel mondo una scuola che lo insegni», ha proseguito. «Molti ti guardano con sospetto e non si sentono a loro agio quando parli d’amore, ma con un pizzico di umorismo, un naso rosso, un vestito insolito e qualche giochino, divento pericoloso, perché quasi nessuno rifiuta di farsi abbracciare da un clown». Ha mostrato in video testimonianze commoventi di diversi parti del mondo dove si svolgono i suoi viaggi da clown, «Rendetevi protagonisti e rivoluzionari», ha esortato rivolto ai tantissimi nasi rossi che lo stavano ascoltando, volontari e professionisti arrivati da tutta Italia e anche dall’estero. «E se la polizia vi ferma perché girate con una mutanda in testa come berretto, dite che ve lo ha ordinato il medico e caso mai citategli il film della mia storia». Il suo lavoro è da anni rivolto ai detenuti nel braccio della morte («Se dovete essere impiccati domani, almeno godetevi ridendo come non mai l’ultima notte»); ai veterani delle guerre americane nel mondo: ne muoiono suicidi almeno seimila ogni dodici mesi e il governo non sa che fare. Ha mostrato come non siano i farmaci o i protocolli a cambiare le persone, ma gli atteggiamenti, come in Ecuador, con Vaneska. «La bambina più triste che io abbia mai visto», ha raccontato, «che non ha più aperto bocca da quando, a tre anni, è stata violentata, tanto che per alimentarsi era provvista di sondino nasogastrico, ormai inutile anche quello e i medici pensavano a un intervento chirurgico: solo dopo tre giorni di sguardi e abbracci ha cominciato a giocare, e a sorridere tre mesi dopo». La ricetta per tutti i malati del mondo? «Invadere il loro spazio, non giudicare, godere del privilegio di esserci, perché siamo solo dei volontari, cioè dei maghi: io sono felice da 55 anni e questa felicità mi rende pericoloso», ha sottolineato. E ha aggiunto: «Non portatevi a casa le emozioni e la rabbia, ma trasformatele in attivismo per il cambiamento. Se avete del cibo e un amico, di che cosa vi lamentate?», ha concluso salutando tutti con un rutto. •

Vittorio Zambaldo
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