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22.08.2019

Alla ricerca di un equilibrio non precario

L’impatto della specie umana sulla vita del pianeta Terra sarebbe tanto profondo da indurre la comunità scientifica internazionale a dibattere sulla definizione di una nuova era geologica chiamata Antropocene. Lo documenta, con forza visiva e sonora sconcertante, Antropocene – L’epoca umana una delle anteprime dei 67 film da 32 Paesi che presenta il XXV Film Festival della Lessinia. Dunque noi umani siamo davvero tanto invasivi nei confronti di un pianeta che ha cinque miliardi di anni di evoluzione da poterci considerare una «forza geologica» che lo sta modificando? O dobbiamo constatare, di nuovo, la nostra innata propensione a metterci al centro di tutto, anche della storia della Terra, di cui pretendiamo di condizionare il presente e il futuro? Il dibattito è centrale, e il Film Festival della Lessinia è al centro di questo dibattito. Ne sono prova i rilevanti patrocini concessi a questa edizione: il Parlamento Europeo, il ministero per l’Ambiente e il Wwf Italia. In dieci giorni di film, incontri, performance, mostre, escursioni e laboratori non si potrà tornare a casa uguali a prima. La venticinquesima edizione del Festival è tutta un appassionato, e insieme straziante, omaggio alla Madre Terra. Esso si apre con Terra, documentario austriaco che mostra l’impatto dell’escavazione umana nei cinque continenti. E si chiude con Il pianeta azzurro, inno d’amore di un maestro del cinema, Franco Piavoli, a cui il Festival dedica il suo omaggio. Della Terra siamo figli anche noi uomini e donne, e su questa «aiuola che ci fa tanto feroci», per citare il Poeta a due anni dall’anniversario del 2021, trascorriamo ognuno l’insignificante tempo che ci è dato di esistere. Su un infimo lembo di questo pianeta, le montagne, da venticinque anni soffermiamo il nostro sguardo grazie al cinema, per constatare che lassù si sta sperimentando la ricerca di una convivenza possibile, di un equilibrio non precario. Lo dicono i temi che percorrono la programmazione del Festival: storie di resistenza politico-sociale, di partenze e di ritorni, di indagini botaniche e geologiche, di riesumazione della memoria, di spaesamento generazionale e di straniamento in un mondo onirico. La montagna è dunque un osservatorio sui prossimi venticinque anni che, secondo alcuni, saranno cruciali per la sopravvivenza del genere umano, e il Festival, senza nostalgie per i suoi primi venticinque anni, guarda al prossimo quarto di secolo senza dimenticare che anch’esso è figlio della Madre Terra.

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