Il caso nel Veronese

Case di riposo, a Pasqua visite quasi impossibili nonostante il vaccino. Le proteste

Una stanza degli abbracci installata di recente
Una stanza degli abbracci installata di recente

Sopravvissuti a tre ondate Covid. E alla lontananza dai propri cari. Vaccinati e messi al sicuro dal virus, o quasi. Perché un margine di rischio c’è sempre, quando ci sono i contatti. Perciò ancora isolati dai familiari. Con un altro rischio: quello di decadimenti cognitivi e peggioramenti dello stato generale di salute.

 

È la situazione di tanti anziani ospiti nelle 79 case di riposo di Verona e provincia, 75 accreditate e quattro religiose. Case in cui le vittime del Covid sono state (ultimo rilievo) 984. Un’ecatombe.

E quelli che ce l’hanno fatta, che si sono ammalati e sono guariti o che l’hanno finora scampata? Per loro la somministrazione del vaccino non ha cambiato di molto la possibilità di tornare alla normalità, sul fronte visite dei familiari. Che non se la passano meglio, senza poter incontrare con regolarità il parente. C’è tanto dolore, c’è amarezza e anche rabbia nelle storie di coloro che in questi mesi hanno dovuto rinunciare a vedere con costanza la mamma, il papà, il fratello o lo zio ospitati nelle strutture per anziani. Sono esausti, sopraffatti. Ma non demordono.

Molti di loro, ormai stanchi di piangere, chiedono un cambio di rotta. Di poter rientrare in casa di riposo e rivedere i loro cari. In sicurezza, certo, e con tutte le precauzioni necessarie. Ma rivederli, parlare con loro, capire come stanno e ricevere in diretta informazioni sugli interventi terapeutici in atto. «Non sappiamo più cosa sta succedendo, là dentro», spiegano alcuni familiari. Per questo una decina di loro, da varie parti della provincia, si sono rivolti a Diana, associazione veronese che si occupa di tutela dei diritti delle persone non autosufficienti, dagli anziani malati cronici a persone con disabilità o patologie psichiatriche. Per essere più forti, insieme anche a famiglie del Vicentino e vari comitati. Per ricostruire su nuove basi, dopo la strage, il futuro delle Rsa.

 

VISITE SÌ O NO? «È un’attesa continua che le cose cambino e non cambiano mai, uno strazio: sono 13 mesi che va avanti così, non se ne vede la fine», racconta una signora la cui mamma è in casa di riposo. In questa Pasqua in zona rossa è ancora più forte il dispiacere di non poter trascorrere un po’ di tempo con un genitore o un parente in una struttura. Mancano regole uniformi. Per il bene degli anziani le Rsa continuano, ma ognuna a suo modo, a blindare gli accessi. Le visite avvengono, se avvengono, con il contagocce. Oppure con il cronometro.

A Casa Nogarè di Negrar, ospedale Sacro Cuore Don Calabria, per oggi sono stati previsti, per l’incontro tra ospiti e familiari che si sono prenotati, cinque minuti. E sempre da dietro un vetro. Ma è già qualcosa, dato che in altre strutture alla zona rossa non si transige, oppure vige un sistema a rotazione per cui il tuo turno arriva ogni 15 o 20 giorni. E la visita pasquale si rimanda. «Con la vaccinazione non è cambiato nulla, i nostri cari sono dentro e noi fuori», continua un’altra signora la cui mamma è in Rsa. Diana conferma: «Ogni casa di riposo fa a modo suo, ad esempio le visite all’ aperto sfruttando giardini sono concesse da alcune e negate da altre», spiega la presidente, Donatella Oliosi.

POST VACCINI Diana preme per un’apertura protetta, ma comunque un’apertura, degli accessi ai familiari. «A marzo è trascorso un anno dal primo Dpcm che stabilì la chiusura delle visite dei familiari nelle rsa per anziani, disabili e malati psichici», ricorda Oliosi. «Un provvedimento drastico in piena pandemia, reso necessario dall’evidente impreparazione e inadeguatezza dei Centri servizi per cui parlano i 984 decessi avvenuti nelle Rsa dell’Ulss 9». Diana insieme ai familiari contesta che a distanza di un anno poco o nulla sia cambiato. Nonostante i vaccini. «Ancora oggi, e non capiamo perché», dice la presidente, «ai familiari vaccinati, con tampone negativo e mascherina, le visite non sono consentite. Immunizzate le fasce più fragili e progredendo la vaccinazione degli altri», conclude Oliosi, «abbiamo chiesto all’assessore alla sanità del Veneto la predisposizione di un protocollo per la ripresa delle visite dei familiari, utilizzando locali appositi o spazi all’aperto». •

Camilla Madinelli