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30.03.2019

«Protesi sbagliata? Mesi senza risposte»

Gaetano Rizzi ancora sulla sedia a rotelle, insieme alle figlie   FOTO AMATO
Gaetano Rizzi ancora sulla sedia a rotelle, insieme alle figlie FOTO AMATO

Trattato come un numero. Lasciato per 20 giorni su un letto del Polo Confortini a Verona, senza ricevere informazioni chiare sul suo problema di salute e sulle prospettive di cura. È l’accusa che lancia Gaetano Rizzi, pensionato lupatotino di 79 anni (noto a molti in paese col soprannome di Schiaffino per la sua somiglianza con il campione uruguaiano di calcio degli anni Cinquanta), apprezzato fisarmonicista del gruppo dei Nonni del Lupo. «Le mie disavventure iniziano il 4 novembre 2018», spiega Rizzi. «Cadendo da uno scalino davanti a casa mi sono fratturato un femore. Portato in ospedale a Borgo Trento, ho atteso 12 giorni prima di essere operato perché mi dicevano che dovevano recuperare la cartella clinica relativa alla protesi all’anca che mi è stata impiantata 11 anni fa alla Pederzoli di Peschiera; ma da quell’ospedale ci hanno poi detto che non è mai arrivata la richiesta». Il giorno dell’intervento intanto arriva, e anche le dimissioni. «Da allora cominciano i guai», riprende il signor Rizzi. «Devo starmene allettato, dal reparto i medici mi informano di aver inviato via email al mio medico di base gli incartamenti per ottenere le cure domiciliari e le medicazioni». Così la famiglia Rizzi contatta il medico di medicina generale che però non va a domicilio e così non può partire nemmeno l’assistenza domiciliare. «Mia figlia si è sentita dire da quel medico che lui non ha ricevuto niente e che non è tenuto a leggere le email dell’ospedale», riferisce, «Ha anche detto che soi può sempre cambiare medico di base e così abbiamo fatto». Dopo un mese di letto, seguito alle dimissioni da Polo Confortini avvenute negli ultimi giorni di novembre, inizia verso fine dicembre il periodo di riabilitazione, prima in Borgo Trento poi in Borgo Roma. Gaetano Rizzi tuttavia non progredisce molto nel suo tentativo di riprendere una vita autonoma. I giorni passano, le terapie proseguono, ma i risultati non si vedono molto. «Il dolore continuava ad esser forte nonostante i miei sforzi», racconta il pensionato. Il 28 febbraio Rizzi si reca a Borgo Roma per l’ultima terapia, ma non riesce a reggersi in piedi. Ricorda: «Mi cedeva la gamba e così, dopo una visita al pronto soccorso, decidono di ricoverarmi di nuovo al Polo Confortini». E le cose a quel punto peggiorano. «Mi danno notizie confuse, mi dicono che nell’ultimo intervento mi è stata inserita una protesi non compatibile con la prededente, qualcuno in pronto soccorso dice che la placca che hanno messo è troppo corta», prosegue Rizzi. «Mi viene voglia di cambiare ospedale, ma mi consigliano di no perché il Polo Confortini è il massimo disponibile. Io però, ormai a cinque mesi dal giorno della caduta, mi sento male. Vedo falliti tutti i miei tentativi di riabilitazione. Comincio a sentirmi sconfortato». Intanto, tra dubbi e speranze di uscirne, Rizzi conta i giorni: «Continuo a chiedere, ma mi rispondono che non c’è per me la sala operatoria e che devo ritenermi fortunato se ho un posto letto», dichiara il pensionato, «io non posso spostarmi dal letto, cominciano a venirmi alcune piaghe, i medici fanno il giro visite ma non mi dicono niente. Insomma, mi sento un numero». Dopo insistenze varie del paziente e dei familiari, Rizzi si sente chiedere di nuovo tutti i referti, compresa la cartella clinica di Peschiera di 11 anni prima. «Così le mie figlie vanno su appuntamento dal chirurgo che allora mi aveva operato», riprende il malcapitato, «quindi una mia figlia e mio fratello chiedono un incontro specifico con il medico in ortopedia a Verona. Ci dicono che lunedì 18 marzo ci daranno una risposta precisa, dopo un consulto al medico specialista delle protesi e con l’équipe. Io sono speranzoso, invece lunedì l’ennesima doccia fredda: mi dimettono perché non hanno la protesi adatta, dicendo che mi richiameranno quando saranno pronti». Rizzi, orientato a questo punto a rivolgersi all’ospedale di Peschiera per venire a capo della situazione e riacquistare la mobilità, commenta amareggiato: «Quello che più mi ha rattristato di tutta questa esperienza è di non essere stato reso partecipe di quali fossero i problemi che costringevano a rimandare l’intervento. E per giunta quando mi hanno dimesso mi hanno consegnato una lettera che mi ricorda di essere costato al Servizio sanitario 9.180 euro per essere rimasto a letto, sofferente, per tre settimane a fare niente». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Renzo Gastaldo
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