Limiti dei Pfas, iniziato il cammino per fissarli

Coinvolto anche il gruppo «Mamme no Pfas» nello stabilire i limiti di inquinante consentito
Coinvolto anche il gruppo «Mamme no Pfas» nello stabilire i limiti di inquinante consentito

La legge nazionale che dovrà definire i limiti dei Pfas nelle acque di scarico di aziende e depuratori, sarà il frutto di un confronto fra politici, produttori ed ambientalisti. Dopo l’emanazione, da parte della Regione Veneto, di una prima regolamentazione, comprendente dei valori provvisori per i quali sono piovute decine di ricorsi da parte delle aziende, ora il ministero dell’Ambiente, che ha proposto una bozza con parametri piuttosto elevati, e quello della Salute, hanno riunito via web un tavolo tecnico al quale partecipano esperti degli istituti nazionali, la presidente delle Commissioni Ambiente della Camera, la veronese Alessia Rotta, e del Senato, Vilma Moronese, e rappresentanti di Confindustria e Federchimica da una parte e delle «Mamme no Pfas» e Legambiente dall’altra. Un’iniziativa che gli attivisti avevano richiesto con forza. La prima riunione di questo organismo si è svolta ieri mattina e nel giro di tre ore ha visto tutti i partecipanti presentare le loro posizioni. I produttori chiedono flessibilità e l’adozione di parametri che consentano una diminuzione dei Pfas nei reflui «graduale» mentre chi si batte contro la contaminazione propone quota zero. L’esame della complessa questione è stato rinviato ad un nuovo incontro che si svolgerà «a breve». «Le regole», spiega il deputato Rotta, «saranno oggetto di un decreto interministeriale e verranno inserite nel Collegato ambientale attualmente in approvazione». Intanto, le attenzioni si stanno spostando sulla nuova udienza della fase preliminare del processo sull’inquinamento, avviato in tribunale a Vicenza. Lunedì, alle 10, il giudice per l’udienza preliminare, Roberto Venditti, dovrà per prima cosa pronunciarsi sull’unificazione delle tre inchieste condotte dalla Procura berica. La prima riguarda l’inquinamento anteriore al 2013, la seconda quello più recente legato ad un Pfas di nuova generazione, il GenX, e la terza il fallimento della fabbrica chimica Miteni di Trissino, che è considerata la principale fonte della contaminazione. Va infine detto che a livello regionale c’è chi, come la consigliera del Partito democratico Anna Maria Bigon, chiede che venga riavviato lo screening sullo stato di salute della popolazione residente nell’area maggiormente esposta alla contaminazione da Pfas. «Da oltre un anno purtroppo è tutto fermo; non si può, però, giustificare questo stop con la pandemia, visto che un recente studio danese avrebbe riscontrato addirittura un collegamento tra la presenza di Pfas nel sangue e l’aggravamento delle condizioni di alcuni pazienti che sono rimasti colpiti dal Covid», afferma Bigon. •

LU. FI.

Suggerimenti