Le maternità rischiano di scoppiare

Una maternità: non c’è più posto
Una maternità: non c’è più posto

In alcuni punti nascita si sono dovute occupare stanze prima riservate ad altre specialità. In altri i responsabili iniziano a parlare apertamente di situazione critica. In altri ancora si dice che sta diventando difficile assicurare per il prossimo futuro l’operatività usuale. E intanto sta già accadendo, è successo a San Bonifacio come a Negrar, che sia stato necessario inviare in altri ospedali le donne che si erano presentate per partorire. Questi sono gli effetti della chiusura del punto nascite dell’ospedale cittadino di Borgo Trento, che è stata decisa il 12 giugno dall’Azienda ospedaliera per combattere la presenza del Citrobacter, il batterio che ha colpito, con effetti gravissimi e anche letali, vari neonati e bambini in tenera età. «Questa situazione», assicura Denise Signorelli, direttrice sanitaria dell’Ulss 9 Scaligera, «viene affrontata garantendo un’elevata qualità di assistenza grazie anche a una rete che esiste da tempo e che un paio di anni fa aveva dato luogo a quella che era stata chiamata l’agenda della gravidanza, un’importante forma di integrazione fra strutture della sanità pubblica e del privato, quasi tutte certificate come amiche del bambino». Data per buona l’efficacia delle sinergie, restano però i dati del superlavoro che stanno affrontando tutte le ostetricie. NEGRAR E PESCHIERA «L’attività dell’ostetricia-ginecologia è diventata letteralmente vorticosa», afferma Marcello Ceccaroni, primario dell’ospedale Sacro Cuore di Negrar. «Nell’ultimo mese, fino a stamattina (ieri ndr) abbiamo avuto 170 parti, con un incremento del 186 per cento rispetto al normale». Ceccaroni spiega che l’accoglienza è possibile grazie al fatto che sono garantite le relazioni e l’apporto di risorse da altri reparti. Difficoltà simili vengono affrontate anche alla clinica Pederzoli di Peschiera. Gianluca Gianfilippi, il direttore sanitario, parla di reparti sotto pressione con un aumento del lavoro dell’80 per cento rispetto all’analogo periodo dello scorso anno e spiega: «È stato necessario utilizzare un numero di posti letto superiore rispetto a quello autorizzato», pur annunciando che sono iniziati i lavori che porteranno alla creazione di 6 nuovi posti di patologia neonatale. I medici della Pederzoli ieri sottolineavano che nelle 48 ore precedenti avevano avuto «notevoli difficoltà nell’affrontare l’arrivo di nuove donne» e che ora ha iniziato a porsi un problema legato all’assistenza. Ovvero, sta diventando difficile avere a disposizione il personale sufficiente a garantire lo svolgimento del servizio. VILLAFRANCA E LEGNAGO Il punto nascite villafranchese ha riaperto a maggio, in seguito all’avvio di riconversione del Magalini, che nel periodo dell’emergenza sanitaria era diventato il Covid hospital veronese (il primo fiocco, rosa, è stato appeso il 22 maggio), mentre quello del Mater Salutis di Legnago ha sempre continuato a funzionare regolarmente. Marco Torrazzina, primario dell’ostetricia-ginecologia di Villafranca e che da qualche settimana riveste questo incarico a scavalco anche a Legnago, parla di un’attività quasi doppia rispetto a quella abituale. Non lamenta tuttavia problemi gestionali. SAN BONIFACIO «Non sappiamo per quanto tempo riusciremo a tenere i ritmi attuali». A dirlo è Raffaele Merola, dirigente dell’unità operativa ostetricia-ginecologia del Fracastoro, parlando anche per il primario Cesare Romagnolo. «Noi siamo sempre stati abituati a lavorare su grandi numeri, ma a causa della chiusura dei servizi di Borgo Trento abbiamo nell’ultimo mese quasi raddoppiato le nascite, così come i casi da seguire negli ambulatori di patologia ostetrica, le gravidanze oltre il termine e i ricoveri», spiega Merola. «Finora siamo riusciti a garantire tutti i servizi, ma ora speriamo che ci sia un’organizzazione comune», conclude. Mentre Mauro Cinquetti spiega che l’attività dell’area materno-infantile, di cui è a capo, è aumentata del 102 per cento. •

Luca Fiorin