La tesi di un neo laureato

«Il "rioma" era il Covid dei neonati a fine Settecento»

Lo ha scoperto Elia Andreoli esaminando gli archivi parrocchiali nei quali si descrive la vita di Raldon tra il 1759 e il 1803
Elia Andreoli con la sua tesi sulla vita nel Settecento a Raldon (Diennefoto)
Elia Andreoli con la sua tesi sulla vita nel Settecento a Raldon (Diennefoto)
Elia Andreoli con la sua tesi sulla vita nel Settecento a Raldon (Diennefoto)
Elia Andreoli con la sua tesi sulla vita nel Settecento a Raldon (Diennefoto)

Il rioma peggio del Covid 19. Elia Andreoli, 25enne neolaureato, residente a Raldon (San Giovanni Lupatoto, Verona), quando ha visto le cause di morte dei bambini della frazione lupatotina, fra la fine del 1700 e il primo decennio del 1800, è rimasto esterrefatto. Il rioma (o l’arioma), malattia della prima infanzia non meglio conosciuta, neppure nei testi della medicina, che presentava convulsioni, eruzioni cutanee e uno strano colore delle feci, era il principale motivo di morte in età infantile.

Nel 1769, solo nella frazione di Raldon, furono ben 23 i bimbi morti di questo malanno e l’anno prima erano stati 21, su una popolazione di circa 500 persone. Elia ha scoperto che la malattia ha determinato la scomparsa di ben 266 bambini, in più anni, elaborandovi la sua tesi per la laurea in Lettere alla Facoltà di Verona. «Il titolo della tesi, assegnatami dal mio relatore, il professor Gian Paolo Romagnani, docente di Lettere Moderne, è “Sul finire della Repubblica: la comunità di Raldon letta attraverso le fonti parrocchiali”», riferisce il neo dottore, «e esamina gli ultimi decenni del dominio di Venezia, dal 1753 al 1803. Per poter visionare i documenti dell’archivio della parrocchia di Santa Maria Maddalena a Raldon, ho chiesto aiuto all’allora assessore Marco Zocca che mi ha indirizzato dal professor Roberto Facci, storico lupatotino e presidente del Comitato Radici. Il Comitato infatti aveva appena completato, con il benestare del parroco don Fabrizio Mafessanti e con volontari della parrocchia, il riordino dell’archivio».

In 120 pagine il laureato «fotografa» Raldon. Ne esce la vita contadina che caratterizzava il periodo, l’andamento della popolazione (nel 1761 il paese conta 522 anime in 103 nuclei familiari), come si vivevano i momenti più importanti dell’esistenza, dalla nascita al battesimo, al matrimonio, alla morte. Dall’archivio si apprende così che «solo parte dei tantissimi neonati raggiungeva il primo anno di età; ancor meno i 5 anni e poi l’età adulta: il 41 per cento dei morti totali è deceduto entro il primo anno di vita; il 15 per cento entro i primi 5». Nel 1768, riporta la tesi, su 35 nati ben 18 morirono entro il primo anno, così come nel 1798 i piccoli morti furono 15 su 28. Si evidenzia anche il ruolo centrale della levatrice, la quale aveva, fra gli altri, il compito di battezzare il neonato se questo era in «periculo mortis».

«Impressionante rilevare l’altissima mortalità infantile e vedere che la causa era “arioma”», racconta Elia. Nella tesi si parla diffusamente anche del matrimonio: il 47 per cento degli sposalizi avvenne tra sposi residenti entrambi nella frazione di Raldon: tale Vincenzo Brunelli, nel periodo 1759-1803, svolse per ben 113 vole il ruolo di testimone di nozze. Il «testimone di mestiere», secondo quanto riferisce Andreoli, passa addirittura il compito ai figli, tanto che un Brunelli compare come testimone nel 46 per cento dei matrimoni (249 su 540) del periodo 1759-1857. I matrimoni si celebravano soprattutto a febbraio e a novembre. La figura del «famiglio» (cioè quando le famiglie affidavano un proprio figlio a prestare servizio presso altre, economicamente più agiate) è presente in misura consistente a Raldon a fine secolo XVIII. Nel decennio 1761-1771, una famiglia su 5 ne ha uno.

Renzo Gastaldo