Disabili, lotta a Venezia per le rette

Ragazzi disabili durante un allenamento in palestra
Ragazzi disabili durante un allenamento in palestra

«Quando parliamo di persone disabili parliamo di progetti di vita, che tengano conto non solo dell’assistenza ma anche dei desideri. Come dire, va bene garantire una vita in bianco e nero, ma servono anche i colori», è la premessa di Renzo Maggiolo, papà di un figlio adulto disabile ed esponente di Famiglie Mosaico, associazione che riunisce familiari con lo stesso vissuto, veronesi e vicentine. «Ebbene», attacca, «se si pretende di integrare le rette costringendo l’utente a versare per intero pensioni di invalidità e sussidi, quei colori vengono cancellati». La questione è giuridica e più complessa di così (vedi scheda a fianco), ma la sostanza che ha messo in allarme tutte le associazioni che a Verona e in Veneto si occupano di disabilità (psichica e fisica) è questa: l’idea della Regione di calcolare nel reddito Isee dell’utente di una comunità alloggio o di una residenza per anziani anche i sussidi esenti (invalidità, accompagnamento), così da alleggerire la quota che i comuni devono versare a tali strutture per integrare la parte sociale della retta che, insieme alla quota sanitaria messa dalla Regione, permette alla struttura stessa di garantire i propri servizi. IN V COMMISSIONE SANITÀ La proposta di legge doveva essere esaminata dalla V Commissione regionale già questa settimana, ma c’è stato uno slittamento. La consigliera scaligera del Pd Anna Maria Bigon negli ultimi giorni si è messa a disposizione delle associazioni di familiari perché vengano ascoltate nelle audizioni, convinta che se i comuni hanno oggettive difficoltà di bilancio, sono altrettanto legittime le loro preoccupazioni. «Bisogna trovare una soluzione che non gravi sulle famiglie», afferma. Intanto a Venezia si accumulano le osservazioni. Fra le tante arrivate, anche quelle veronesi di Famiglie Mosaico (che si occupa in particolare di disabili gravi) e di associazione Diana (diritti dei non autosufficienti), onlus fondata nel 2017 dall’avvocato Maria Luisa Tezza e oggi presieduta da Donatella Oliosi. COSA SOSTIENE DIANA L’accoglienza in comunità alloggio o rsa è un Lea (livello essenziale di assistenza). «È uno standard minimo inderogabile, che prevede prestazioni di natura sanitaria», sottolinea l’avvocato Tezza. La degenza in tali strutture ha un costo diviso in quota sanitaria (in Veneto 40%), a carico della Regione, e quota sociale (il restante 60%), per vitto e alloggio. A quest’ultima provvedono il Comune di residenza e l’ospite in ragione del suo Isee. «Quattro sentenze di Corte Costituzionale del 2020», sottolinea Maria Luisa Tezza, «dicono che quello dell’Isee è parametro insuperabile». Secondo Diana e le altre associazioni, dunque, le strade da percorrere per non mettere in ginocchio i comuni sono altre: pretendere che lo Stato alimenti il Fondo nazionale per la non autosufficienza, che Venezia rispetti e accresca le quote sanitarie. «Finora si attingeva dalle famiglie», spiega l’avvocato Tezza, «ma nel frattempo sono partiti i contenzioni e ben tre sentenze del Consiglio di Stato danno ragione alle associazioni: questi sussidi non sono reddito, hanno valenza compensativa risarcitoria in funzione della disabilità, non possono essere calcolati come reddito nell’Isee». Inoltre le associazioni chiedono un’anagrafe a livello nazionale delle persone con disabilità, un monitoraggio, perché ci sono differenze enormi tra uno schizofrenico, una persona con la Sla, un autistico, un anziano non autosufficiente - solo per fare degli esempi - con risposte in comunità alloggio o rsa che sono differenziate nell’approccio, nel personale necessario, nei costi di gestione. Tanto che la retta diaria, per la sola quota sociale, può variare da 129 euro fino a 280, il ché si traduce in rette mensili anche superiori ai 3.000 euro. LA TESTIMONIANZA «I nostri figli hanno dei desideri, il nostro impegno, anche con il dopo di noi, è perché abbiano un progetto di vita il più possibile normale», riprende Renzo Maggiolo. «Mio figlio, ad esempio, aveva il terrore dell’acqua, con un grande lavoro è riuscito a superarlo e adesso per lui andare in piscina è una vittoria, un punto di forza che lo aiuta a superare anche altre fobie». Per altri funzionano la pet therapy, l’ippoterapia, il karate. O semplicemente il rientro a casa nei fine settimana, una passeggiata e un caffè al bar, un pacchetto di sigarette, una settimana di vacanza. «Per un periodo mio figlio ogni mese distruggeva tutti i suoi vestiti e dovevamo ricomprarli in continuazione», aggiunge Maggiolo, «e poi ci sono le medicine, non tutte le passa il sistema sanitario. Noi abbiamo una spesa di 200 euro al mese solo per quelle». Lasciare in tasca alla persona disabile ricoverata «quanto basta per le spese», come si legge nella proposta di legge regionale, non può certo bastare. A fronte di indennità che arrivano al massimo in un anno a 9.800 euro, si tratterebbe di cifre poco superiori ai cento euro al mese. «Capisco magari se si ragiona di un novantenne in casa di riposo», aggiunge l’avvocato Tezza, «ma se si parla di un autistico 25 enne con la vita davanti la cosa è diversa. Non si può immaginare che viva recluso in struttura». Perché il progetto di vita personalizzato costa e il più delle volte le famiglie di origine non sono certo ricche. «Dobbiamo anche pensare a costituire un fondo per quando noi genitori non ci saremo più. L’alternativa non possono essere i grandi centri che ospitano 600 - 700 persone, così si torna all’ottocento, ai manicomi. Non vorrei che con l’emergenza Covid si giustificasse qualsiasi cosa. Noi montiamo la guardia», conclude Renzo Maggiolo. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Francesca Mazzola